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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

11/01/18

Il comunismo amico dei poveri?


                                                     immagine casuale

Nel corso dell’Incontro mondiale dei Movimenti popolari, ospitato da Papa Francesco nel Vaticano dal 27 al 29 ottobre, e che ha radunato rappresentanti di movimenti spesso legati all’estrema sinistra, tra cui il Centro sociale Leoncavallo, è riemersa la tesi secondo cui il comunismo conterrebbe un nucleo positivo che dovremmo recuperare: sarebbe amico dei poveri. Oltre a essere dottrinalmente discutibile, la tesi è storicamente falsa.


Non è raro sentir dire, qua e là, che il comunismo sia stato un’idea bella applicata male. A prescindere dalle sue attuazioni concrete, finite puntualmente in catastrofe, il comunismo avrebbe avuto un nucleo positivo che si tratterebbe di recuperare: sarebbe stato un “amico dei poveri”.

Era la tesi di Jacques Maritain, l’ideologo della svolta a sinistra nell’Azione Cattolica: “Il socialismo è stato nel XIX secolo una protesta della coscienza umana e dei suoi istinti più generosi contro mali che gridavano verso il cielo. (…) Il socialismo ha amato i poveri” (1). Il lirismo socialista di Maritain si estendeva al comunismo sovietico: “Per la prima volta nella storia, scriveva recentemente Massimo Gorki a proposito del comunismo sovietico, il vero amore dell’uomo è organizzato come una forza creatrice e si pone come uno scopo l’emancipazione di migliaia di lavoratori. Noi crediamo alla profonda sincerità delle parole di Gorki” (2).

Era anche la tesi dell’uruguaiano Alberto Methol Ferré, mentore filosofico di un’intera generazione di ecclesiastici latinoamericani di linea “populista”. Secondo Methol, il male del marxismo risiede nel suo ateismo: “La Chiesa respingeva il marxismo essenzialmente per quel che conteneva di ateismo”. Il sistema di Karl Marx avrebbe, però, un elemento valido: “Quello che c’è di più valido nel marxismo era nella critica al capitalismo” (3).
Questo elemento valido induce il filosofo uruguaiano a difendere aspetti della cosiddetta Teologia della liberazione, di origine marxista: “La teologia della liberazione può essere anche letta come un tentativo di assumere il meglio del marxismo. (…) Questa teologia ha prestato un inestimabile servizio ripensando la politica in funzione del bene comune, e quindi in relazione stretta con l’opzione preferenziale per i poveri e la giustizia” (4).

Stupisce vedere personaggi del mondo cattolico che esaltano un sistema definito dal Magistero della Chiesa “detestabile setta” (5), “setta abominevole” (6), “intrinsecamente perverso” (7), “vergogna del nostro tempo” (8), frutto di un “errore fondamentale” (9). Un sistema col quale, nelle parole di Pio XI, “non si può ammettere in nessun campo la collaborazione”. Anzi, per decreto del Sant’Uffizio del 1949 qualsiasi collaborazione col comunismo portava alla scomunica latae sententiae.

Oltre a essere dottrinalmente discutibile, la tesi del comunismo amico dei poveri è storicamente falsa. Lungi dall’essere “amico dei poveri”, il comunismo è il loro peggiore nemico. Laddove è stato applicato – in tutte le sue salse, varianti e declinazioni – la conseguenza è stata sempre un aumento vertiginoso della povertà e dei disaggi sociali. La sinistra non fa tanto un’opzione preferenziale per i poveri quanto per la povertà stessa. Aveva ragione Indro Montanelli quando diceva: “La sinistra ama tanto i poveri che ogni volta va al potere ne aumenta il numero”.

Il comunismo truculento e tagliagole resiste solo in alcune isole sparse, come Corea del Nord e Cuba. La sinistra oggi, specie in America Latina, si proclama piuttosto “populista”. Tale populismo, però, conserva il nucleo rivoluzionario del vecchio comunismo: una visione ugualitaria e socialista, ostile alla proprietà privata e alla libera iniziativa. Poiché, nonostante il nome, il populismo non viene mai dal popolo bensì dalle elite rivoluzionarie, esso è spesso imposto con i modi forti, smentendo il suo carattere democratico. D’altronde, proprio il “populismo” si è dimostrato il peggiore nemico del popolo.

Il fallimento del socialismo nella Cuba castrista, per restare nel continente di Papa Francesco, è tale che il salario medio ancor oggi è di soli US$ 21,00 al mese, il più basso dell’America Latina, “insufficiente per soddisfare i bisogni più elementari della popolazione”, come ha dovuto concedere il presidente Raúl Castro. Dati recentemente pubblicati dall’economista Raúl Sandoval González, dell’Università di Havana, mostrano che il 70% delle case in Cuba è in stato fatiscente (10).

Ne è esempio il Venezuela. Paese ricco di risorse petrolifere, fiorente fino a essere paragonato negli anni Settanta a una “Florida sudamericana”, oggi ridotto dal socialismo chavista alla “situazione economica di un paese in guerra” (11). La situazione volge al ridicolo. Recentemente, vista la cronica mancanza di shampoo nei negozi, il Ministro per l’Ecosocialismo (sic) Ricardo Molina ha suggerito ai suoi concittadini di non lavarsi i cappelli, a mo’ di “sacrificio rivoluzionario” (12).

Ne è esempio l’Ecuador, pure esso ricco di risorse petrolifere, e tuttavia costretto nel 2008 a dichiarare default sul debito estero, non riuscendo più a trovare linee di credito internazionali. Nel 2013, la Cina ha dovuto volare nel suo sostegno, acquistando l’intera produzione di petrolio (13).

Ne è esempio anche l’Argentina della peronista Cristina Kirchner, costretta a dichiarare per la seconda volta in pochi anni default sul debito. Secondo studi indipendenti, la povertà ha ormai raggiunto il 36,5% della popolazione, obbligando l’Indec (Instituto Nacional de Estatística y Censos) a taroccare i numeri per non crollare a livelli da quarto mondo (14).

Eppure — o mistero! — proprio questi sistemi fallimentari sono stati difesi dai militanti dei Movimenti popolari riunitisi sotto l’egida di Papa Francesco in Vaticano dal 27 al 29 ottobre. Dal leader “cocalero” (cioè produttore di coca) boliviano Evo Morales ai militanti del Centro sociale Leoncavallo di Milano, la sinistra antagonista si è data appuntamento a S. Pietro. Predominavano i movimenti latinoamericani. La maggior parte dei lavori, compreso l’intervento del Pontefice, è stata in spagnolo, come anche la Dichiarazione finale.

Un protagonista dell’incontro è stato il brasiliano João Pedro Stédile, leader del Movimento dos sem terra (MST), di orientamento marxista ed eversivo. Proprio il motto del MST “Nessun contadino senza terra” è stato trascritto in calce alla Dichiarazione finale. Attraverso azioni spesso violente, il MST difende una “riforma agraria” socialista, cioè l’esproprio delle proprietà rurali per distribuire la terra ai contadini, riuniti in “assentamentos” ispirati ai kolchoz sovietici.

Orbene, lo stesso presidente dell’INCRA (Instituto nacional de colonização e Reforma agrária), Francisco Graziano Neto, ha dichiarato: “La riforma agraria si configura come il peggiore fallimento della politica pubblica del nostro Paese” (15). La maggior parte degli “assentamentos” si è trasformata in vere “favelas rurali” improduttive, come ha recentemente ammesso il ministro Gilberto Carvalho (16). Eppure – sempre mistero! – proprio queste favelas sono proposte dal MST come soluzione “populista”.

Per chi accompagna da vicino la realtà latinoamericana, l’Incontro mondiale dei Movimenti popolari ospitato nel Vaticano suscita perplessità e apprensioni. Molti dei movimenti che vi hanno partecipato sono ancorati nell’estrema sinistra. Un eventuale avallo ecclesiastico correrebbe seri rischi di essere interpretato come un sostegno politico a questa sinistra, con risultati catastrofici per quello stesso popolo che si vorrebbe difendere. È questa l’intenzione?

Si sente anche dire che, nel contesto della grave crisi economica che stiamo attraversando, dopo anni di neoliberismo, un populismo rinnovato sarebbe in grado di ispirare una nuova coscienza sociale che metta i poveri al centro delle attenzioni. Una tale coscienza sarebbe legittima, anzi auspicabile. Il problema è se questo populismo ne sia in grado. Un’analisi attenta dimostra, nella fattispecie, come questa sinistra non sia tanto a favore dei poveri quanto della povertà stessa, ostinandosi nel proporre sistemi socio-economici rivelatisi, storicamente, fallimentari e gravemente nocivi nei confronti delle classi più disagiate, proprio quelle che si pretende di aiutare.

Prendendo in prestito l’espressione ironica del teologo gesuita Horacio Bojorge possiamo dire che questo populismo non è altro che un “salvagente di piombo” per i poveri. Cioè, una frode in più nella lunga catena di frodi che segna il nefasto itinerario della sinistra mondiale.

1. Jacques MARITAIN, Umanesimo integrale, Borla, Roma 2009, p. 132.

2. Ibid., pp. 132-133.

3. Alberto METHOL FERRE, Alver METALLI, Il Papa e il Filosofo, Cantagalli, Siena 2014, pp. 49-50.

4. Ibid., pp. 112, 114.

5. Leone XIII, Enciclica Quod apostolici muneris, 28 dicembre 1878.

6. Ibid.

7. Pio XI, Enciclica Divini Redemptoris, 19 marzo 1937.

8. Joseph RATZINGER, Istruzione Libertatis Nuntius, 6 agosto 1984.
9. Giovanni Paolo II, Enciclica Centesimus annus, 1 maggio 1991.

10. Cfr. Raúl A. SANDOVAL GONZÁLEZ, La pobreza en Cuba, Site progreso-semanal.com, 28 marzo 2012.

11. “Infobae América”, 02-03-2013.

12. Un ministro venezolano recomienda no lavarse el pelo si escasea el champu, in “ABC”, 31 ottobre 2014.

13. La bandiera cinese piantata sull’Ecuador. Il gigante asiatico compra tutto il greggio, in “Corriere della Sera”, 30 settembre 2013.

14. Francisco JUEGUEN, Segun ex-técnicos del INDEC, la pobreza es del 36,5%, in “La Nacion”, 12 aprile 2014.

15. Francisco GRAZIANO NETO, Reforma Agraria de qualidade, in “O Estado de S. Paulo”, 17 aprile 2012.

16. Fernando ODILA, Política agrária federal criou ‘favelas rurais’, diz ministro, in “Folha de S. Paulo”, 9 febbraio 2013.

di Augusto de Izcue

Categoria: Dicembre 2014

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