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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

22/11/17

La visione di Giovanni Paolo II: «L'islam invaderà l'Europa»






«Vedo la Chiesa del terzo millennio afflitta da una piaga mortale, si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente: dal Marocco alla Libia, dall’Egitto fino ai paesi orientali». Questa è la scioccante visione di San Giovanni Paolo II, mai pubblicata prima d’ora. Testimone della confessione destinata a far rumore è monsignor Mauro Longhi, del presbiterio della Prelatura dell’Opus Dei, molto spesso a stretto contatto con il Papa polacco durante il suo lungo pontificato. Il monsignore triestino ha rivelato l’episodio nell’eremo “Santi Pietro e Paolo” di Bienno, in Val Camonica, in una conferenza organizzata in ricordo di Giovanni Paolo II lo scorso 22 ottobre, giorno in cui la Chiesa festeggia la memoria liturgica del santo.
Per fare la necessaria chiarezza e inquadrare la visione profetica di Karol Wojtyla così come riportata da un sacerdote al di sopra di ogni sospetto (monsignor Longhi ha goduto della stima personale non solo di Giovanni Paolo II ma anche di Benedetto XVI, tanto da essere chiamato nel ’97 al Dicastero vaticano della Congregazione del clero) sono necessari alcuni riferimenti geografici e temporali.

Dal 1985 al 1995 l’allora giovane economista bocconiano Mauro Longhi (sarà ordinato sacerdote nel ’95) ha accompagnato e ospitato Papa Wojtyla nelle sue proverbiali sciate e passeggiate in montagna. Regolarmente, quattro-cinque volte l’anno per dieci anni, e lo ha fatto in quella che oggi è la sede estiva del Seminario internazionale della prelatura dell’Opus Dei, ma che allora era una semplice casa di campagna per chi, nell’Opera, voleva prepararsi al sacerdozio e alla docenza di teologia. Siamo in provincia dell’Aquila, a circa 800 metri, in direzione della Piana delle Rocche, frazione di Ocre. «Il Santo Padre usciva con molta riservatezza da Roma, accompagnato su una modesta vettura dal suo segretario Mons. Stanislaw Dziwisz e da qualche amico polacco, e al casello autostradale – unico posto in cui qualcuno poteva riconoscerlo – era solito fingersi intento nella lettura e mettersi un giornale davanti alla faccia». Così mons. Longhi, inaugurando una sfilza infinita di aneddoti succosissimi (spesso accompagnati – da scrupoloso pastore qual è – da opportune spiegazioni teologiche).

Ma è senz’altro il Karol Wojtyla mistico quello su cui il monsignore ha intrattenuto i fortunati uditori saliti a Bienno; quello che pochissimi conoscono, quello segreto e misterioso, grande protagonista di uno dei pontificati più lunghi della Chiesa. È il Papa che monsignor Longhi incontrava di notte nella cappella della casa di montagna inginocchiato per ore sugli scomodi banchi di legno davanti al Tabernacolo. Ed è il Papa che, sempre di notte, chi abitava la casa abruzzese sentiva dialogare, a volte anche animatamente, con il Signore o con la sua amata madre, la Vergine Maria. 

Per indagare il mistico Karol Wojtyla (cosa che fece magistralmente Antonio Socci nel suo ben documentato “I segreti di Karol Wojtyla”, edito da Rizzoli nel 2008) monsignor Longhi ha raccontato quanto gli confidò Andrzej Deskur, cardinale polacco che di Giovanni Paolo II è stato compagno di seminario, quello clandestino di Cracovia. Deskur, per anni Presidente della Pontificia Commissione per le Comunicazioni sociali (1973-1984), può senz’altro considerarsi il più grande amico di Wojtyla, colui che per sostenere il pontificato dell’amico Lolek si era offerto come vittima – accogliendo la volontà divina dell’ictus e la conseguente paralisi – dentro quel mistero profondissimo che è la “sostituzione vicaria” (sarà proprio per andare a trovare in ospedale l’amico sofferente che la sera stessa dell’elezione Giovanni Paolo II farà la sua prima, incredibile e “clandestina” fuga dal Vaticano).

Così racconta Mons. Longhi: «“Lui ha il dono della visione”, mi confidò Andrzej Deskur. Al che gli chiesi cosa significasse. “Lui parla con Dio incarnato, Gesù, vede il suo volto e vede anche il volto di sua madre”. Da quando? “Dalla sua prima Messa, il 2 novembre 1946, durante l’elevazione dell’ostia. Era nella cripta di San Leonardo della cattedrale di Wawel, a Cracovia, è lì che ha celebrato la sua prima messa, offerta in suffragio dell’anima di suo padre». Monsignor Longhi aggiunge che il segreto svelatogli dal cardinal Deskur – quegli occhi di Dio che si fissano su Wojtyla ogni volta che questi eleva il calice e l’ostia – si può paradossalmente intuire leggendo l’ultima enciclica di Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Qui, al numero 59 della “Conclusione”, proprio mentre il papa polacco ricorda il momento della sua prima messa, lui stesso finisce per svelare il mistero che lo ha accompagnato tutta la vita: «I miei occhi si sono raccolti sull'ostia e sul calice in cui il tempo e lo spazio si sono in qualche modo “contratti” e il dramma del Golgota si è ripresentato al vivo, svelando la sua misteriosa “contemporaneità”».

Tra i tanti raccontati, però, l’episodio che più ha colpito la platea dell’eremo di Bienno, e che si inserisce nella cornice di una delle tante passeggiate sul Massiccio del Gran Sasso, è senza dubbio quello che ha come fuochi l’islam e l’Europa. Monsignor Longhi fa precedere le parole del santo polacco – oggettivamente impressionanti – da un prologo molto umano, a tratti inaspettatamente ilare, fatto di battute, di panini scambiati, di rimproveri teatrali sulla pubblicazione anticipata di quel Catechismo della Chiesa Cattolica fortissimamente voluto da Wojtyla (il non attendere l’editio typica latina, infatti, innesterà errori a cui si dovrà rimediare con precipitose correzioni). In quell’occasione il Santo Padre e il monsignore, evidentemente più veloci degli altri, avevano staccato il gruppo, nel quale – come sempre quando il Papa usciva da Roma –  c’era il suo segretario particolare, quel fidatissimo Stanislao Dziwisz, che nel 2006 Benedetto XVI creerà cardinale e che oggi è arcivescovo emerito della Diocesi di Cracovia. Il passaggio di mons. Longhi (con le sue tappe di avvicinamento alla terribile visione mistica del Papa) va dunque riportato interamente (la conferenza è su YouTube, dal minuto 48 è possibile guardare il passaggio che stiamo raccontando).



I due sono appoggiati ad una roccia, l’uno di fronte all’altro, mangiando un panino e aspettando l’arrivo del gruppo. Questo il racconto testuale del monsignore: «Avevo posato lo sguardo su di lui pensando che poteva aver bisogno di qualcosa, lui però si accorge che io lo guardo, aveva il fremito nella mano, era l’inizio del Parkinson. “Caro Mauro, è la vecchiaia..”, ed io subito: “Ma no, Santità, lei è giovane!”. Quando lo si contraddiceva in certi colloqui familiari diventava una belva. “Non è vero! Dico che sono vecchio perché sono vecchio!”». A parere del monsignore è proprio lo scorrere del tempo insieme all’incedere della malattia a portare il Papa polacco a sentire la necessità impellente di trasmettergli quella visione mistica. «Ecco allora che Wojtyla cambia tono e voce – continua il monsignore – e facendomi partecipe di una delle sue visioni notturne, mi dice: “Ricordalo a coloro che tu incontrerai nella Chiesa del terzo millennio. Vedo la Chiesa afflitta da una piaga mortale. Più profonda, più dolorosa rispetto a quelle di questo millennio”, riferendosi a quelle del comunismo e del totalitarismo nazista. “Si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente”, e mi fa una ad una la descrizione dei paesi: dal Marocco alla Libia all’Egitto, e così via fino alla parte orientale. Il Santo Padre aggiunge: “Invaderanno l’Europa, l’Europa sarà una cantina, vecchi cimeli, penombra, ragnatele. Ricordi di famiglia. Voi, Chiesa del terzo millennio, dovrete contenere l’invasione. Ma non con le armi, le armi non basteranno, con la vostra fede vissuta con integrità”».

Questa la preziosa testimonianza di chi per anni è stato a stretto contatto con il Santo Padre, e con questi ha concelebrato molte volte. Inutile sottolineare poi come la confessione di Papa Wojtyla risalga al marzo del 1993, e 24 anni fa molto diversi erano sia il quadro sociale che i numeri della presenza islamica in Europa. Non è un caso, forse, che nell’ormai dimenticata esortazione apostolica del 2003, Ecclesia in Europa, Giovanni Paolo II parlasse chiaramente di un rapporto con l’islam che doveva essere «corretto», condotto con «prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti», avendo coscienza del «notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano» (n.57). Pur con il linguaggio proprio di un documento magisteriale, per sua natura trattenuto, sembrava che il santo Padre implorasse l’instaurarsi di una conoscenza dell’islam «obiettiva» (n.54). Un paradigma e una sensibilità, dunque, chiari e inequivocabili, specie se si considera un altro passaggio di Ecclesia in Europa, quello in cui in cui Papa Wojtyla – dopo aver stigmatizzato «la frustrazione dei cristiani che accolgono» e che invece in molti paesi islamici «si vedono interdire l'esercizio del culto cristiano» (n.57) – parlando dei flussi migratori arrivava addirittura ad auspicare una «ferma repressione degli abusi» (n.101).

C’è da prendere atto che siamo di fronte alla lettura polically uncorrect del fenomeno islam da parte di un Papa canonizzato dalla Chiesa cattolica; una lettura prima “profetica” e poi magisteriale (non è difficile ipotizzare che la scioccante visione profetica giovanpaolina abbia influenzato la sua scrittura di Ecclesia in Europa). «L’islam ci invaderà». Forse lo sta già facendo. Mentre, inesorabile, si va spegnendo la luce sull’Europa cristiana, ridotta a una cantina piena solo di vecchi cimeli e ragnatele. “Karol il Grande” ha parlato, ancor più oggi ci invita a resistere all'invasione con la fede vissuta integralmente.

Non ho paura di dirlo: l’immigrazione selvaggia uccide l’Italia


Posso, da italiano libero, dire che chi nasce in una nazione ha il diritto di non vederla invasa da stranieri che, non riconoscendola come propria, non la rispettano e non la amano? Posso, da italiano libero, dire che certi stranieri nella nostra terra creano delinquenza o vero e proprio razzismo, perché ci odiano? Sì, lo posso dire, anzi lo voglio dire e non mi vergogno di esprimere liberamente ciò che penso. Con buona pace dei cattocomunisti e della sinistra, falsa ed ipocrita, che sicuramente mi bollerà come razzista, dandomi dello xenofobo, ma che così facendo mi inorgoglisce, dando ancora più forza alle mie idee di libertà.
Gli immigrati arrivano, facendolo spesso e volentieri in modo illegale e vivendo nell’illegalità, perché non hanno niente da perdere. Molti sono clandestini e come tali il rischio maggiore che corrono è di vedersi rispediti al proprio Paese d’origine, ma questo lo sappiamo è soltanto una chimera. Anche la galera sarebbe un privilegio per chi non ha diritti su questa terra. C’è una parte dell’opinione pubblica e della politica che li difende a priori, eppure non possiamo chiudere gli occhi davanti all’escalation di crimini che porta in dote l’immigrazione selvaggia. Tutti angeli nella loro Patria e tutti criminali in Italia. Un caso? No. Basta fare un esercizio di memoria ed andare a ripescare, nei meandri dell’occultata realtà giornalistica, la vicenda di Amedeo Mancini. Il fermano che difendendosi da un aggressione, uccise il nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi. Successivamente si scoprì che l’africano apparteneva alla mafia della sua nazione d’origine. La realtà che supera la fantasia. Davanti a tutto questo la legge funziona a scatti, anzi in molti casi non funziona proprio. Tra sconti di pena, pietismo e tribunali intasati, il carcere per chi delinque è diventato, ahinoi, irraggiungibile.
Quello che la “cultura” del politicamente corretto e della Grande Sostituzione vuole imporci sono nuovi stili di vita. Non importa da dove arrivino e quanto distanti siano dai nostri, l’importante è che siano nuovi ed obbligatori. Una follia.
Molti degli immigrati che sbarcano in Italia sono islamici ed il conflitto religioso, giorno dopo giorno, si fa sentire. Vogliono sottometterci. Non lo dice il sottoscritto, lo dice la realtà. Lo dicono personaggi illustri come Magdi Cristiano Allam e Michel Houellebecq. Arrivano nello stivale e pretendono, con la spocchia dei giusti, di costruirsi luoghi di culto e criticano, in maniera violenta, quando qualcuno, legittimamente, chiede da dove provengano i finanziamenti per la costruzione dei loro templi. Ci chiamano razzisti, ma in svariate occasioni non riusciamo a capire da dove arrivino questi soldi. Proprio il caso di dirlo, mistero della fede.
Gli immigrati, nei centri d’accoglienza o negli hotel sparsi per la penisola, ricevono 1.050 euro al mese dallo Stato, pochi spiccioli di questi soldi provengono dall’Unione Europea. Possiamo dirlo, senza la paura di essere smentiti, incassano più di molti giovani italiani che cercano di sbarcare il lunario. Dobbiamo essere caritatevoli nei loro confronti, perché poverini scappano dalla guerra e vivono una situazione di disagio sociale. Mentre per i nostri connazionali che non hanno nulla, nessuno ci pensa. Del resto dobbiamo essere benevoli con i nostri soldi, mica con i loro. E poi vediamo scene di italiani che fanno la fame e rovistano nei cassonetti dell’immondizia per sopravvivere. Oppure se rubano per fame vengono arrestati e passano le pene dell’inferno. Questa sta diventando un vero e proprio gioco al massacro.
Se avessero bisogno veramente di aiuto, se ci fosse davvero questa necessità, dovrebbero rimanere a casa loro e così potremmo aiutarli dalle nostre città, senza spostamenti costosi, risparmiando anche sul loro mantenimento. Con i soldi buttati ad aiutare gli altri, neghiamo al nostro popolo i servizi essenziali. Dobbiamo tutelare, innanzitutto, gli italiani che hanno vissuto una vita di sacrifici all’insegna dell’onestà.
Lo sapete come ci trattano loro nei loro paesi? Noi siamo solo ospiti sgraditi, invasori da insultare, da isolare, da ghettizzare. Inoltre, quando vengono a vivere in Italia, si lamentano se non vengono serviti e riveriti. E quello che vogliono spesso è più di quanto abbia un nostro pensionato. Uomini e donne che hanno lavorato una vita intera.
Loro attingono a piene mani dalle nostre risorse. Destiniamo per gli aiuti, solitamente forzati e quasi obbligati, miliardi di euro che diversamente andrebbero destinati a risanare i conti pubblici, ad esempio, o a migliorare i servizi per gli italiani. Se i nostri connazionali stanno male, non è possibile aiutarli perché i soldi sono destinati agli immigrati. Purtroppo questa è diventata l’Italia. Un vero e proprio schifo. Tutto questo va urgentemente fermato, altrimenti per noi sarà la fine. Diventeremo schiavi a casa nostra.

di Andrea Pasini - 21 novembre 2017

19/11/17

La coerenza della sinistra


La coerenza della sinistraCosì come nel gioco dell’oca, la sinistra postcomunista, cattocomunista, ex comunista, radical chic, insomma comunque la si voglia individuare, non si smentisce e torna sempre indietro.
Tanto è vero che tutti gli strombazzamenti plateali di Matteo Renzi sul rinnovamento, sulla rottamazione e sul cambio di passo hanno portato alla resurrezione dei volti e degli uomini più vecchi di sempre. Sono tornati in campo Veltroni, Prodi, Fassino, D’Alema, addirittura De Mita e Di Pietro, per cercare di formare il cosiddetto rassemblement aperto, in vista delle elezioni.
Come se non bastasse, sulla pittoresca tavolozza di colori triti e ritriti, si vanno delineando miscele e confluenze con pezzi di alfaniani e di verdiniani. Appare, infatti, sempre più sicuro che da Area popolare e da Ala scelta civica un gruppetto possa finire definitivamente con il Pd. Per farla breve, si tratta e si tratterebbe di un’ammucchiata elettorale mai vista nella storia, al cospetto della quale la coalizione di centrodestra fra Berlusconi, Salvini, Meloni, sembra davvero un monolite indistruttibile.
Ecco perché viene da ridere quando il centrosinistra parla di incompatibilità, incoerenza e addirittura di pericolo, nelle alleanze del fronte di centrodestra. La verità è una sola, i cattocomunisti, i radical chic, gli illuminati di sinistra non cambiano mai, perdono il pelo ma non il vizio e, pur di resistere al potere, passano sopra qualunque cosa. Del resto, cosa dire di una coalizione che, nel tentativo peraltro difficilissimo di vincere, è disposta a mettere insieme il diavolo e l’acqua santa?
Insomma, il risultato dell’esperienza Renzi ha portato e riportato a galla esattamente tutto ciò che diceva di voler cancellare e superare definitivamente. Resta il fatto che, stavolta, gli italiani difficilmente abboccheranno a proposte politiche improponibili e, per molti versi, bugiarde e fasulle. Oggi più che mai, la gente chiede chiarezza e coerenza e rivendica il diritto a una rappresentanza che offra la certezza del voto ricevuto. L’esperienza Renzi dimostra esattamente il contrario.

17/11/17

Francia: Una civiltà in decomposizione



  • Le autorità francesi e le élite stanno distruggendo, pezzo dopo pezzo, il patrimonio storico, religioso e culturale del paese, in modo che non rimanga nulla. Una nazione privata della propria identità vedrà la sua forza interiore annichilita.
  • Nessun terrorista francese che è andato a tagliare teste in Siria ha perso la sua cittadinanza. La rivista Charlie Hebdo sta ricevendo di nuovo minacce di morte e nessuna importante pubblicazione francese ha espresso solidarietà ai propri colleghi assassinati per aver disegnato delle caricature sull'Islam. Molti intellettuali francesi sono stati trascinati in tribunale per presunta "islamofobia".
  • Il martirio di don Jacques Hamel per mano degli islamisti è già stato dimenticato; il luogo del massacro non è ancora stato visitato da Papa Francesco in segno di cordoglio e rispetto.
  • La Francia "ha sacrificato le vittime per non dover combattere i carnefici". – Shmuel Trigano, sociologo.
La Francia ha appena commemorato le vittime degli attentati terroristici del 13 novembre 2015. Ma cosa è stato fatto nei due anni successivi agli attacchi?
Le autorità francesi stanno provvedendo a risarcire più di 2.500 vittime degli attentati jihadisti a Parigi e a Saint-Denis, che riceveranno un risarcimento di 64 milioni di euro. Importanti vittorie sono state conseguite anche dalle forze antiterrorismo. Secondo un'inchiesta condotta dal settimanale L'Express, negli ultimi due anni sono stati sventati 32 attacchi terroristici, sono state sequestrate 625 armi da fuoco, sono state perquisite 4.457 persone sospettate di avere legami jihadisti e altre 752 persone sono finite agli arresti domiciliari. Ma l'impressione generale è che questo sia un paese "fragile dal suo interno".


Un medico si prende cura di una vittima degli attentati terroristici di Parigi, in Francia, del 13 novembre 2015. (Foto di Thierry Chesnot/Getty Images)


Nel 1939, un giornalista antifascista spagnolo, Manuel Chaves Nogales, fuggì in Francia dove assistette al crollo della Repubblica francese a causa dell'assalto tedesco. Il suo libro, L'agonia della Francia, è assolutamente attuale. Nelle pagine di questo saggio (del 1941), Nogales ha rimarcato che mentre i soldati tedeschi marciavano per le strade di Parigi i francesi sciamavano fuori dai cinema, "in tempo per l'aperitivo al bistrot".
Dopo l'uccisione nel mese scorso a Marsiglia di due ragazze francesi per mano di un islamista, il sociologo Mathieu Bock-Côté ha scritto che la Francia sta vivendo "un processo di decomposizione nazionale e di civiltà che le autorità hanno deciso di accompagnare e moderare, senza pretendere di combatterlo o di rovesciarlo, come se fosse inevitabile". Sembra che lui abbia ragione.
Il precedente presidente francese, François Hollande, non ha provato nemmeno a essere rieletto; il suo successore, Emmanuel Macron, si rifiuta di parlare dell'Islam e sembra accettare la resa permanente allo stato di paura e di emergenza. L'esercito francese non è riuscito a liberare Raqqa e la Siria, come promesso dopo gli attentati. "La Francia distruggerà l'Isis", ha detto Hollande dopo la strage di Parigi, ma poi di fatto sono state le forze americane e curde a liberare la capitale dallo Stato islamico. I servizi di intelligence francesi sorvegliano 15 mila islamisti francesi che vivono nel paese. Intanto, negli ultimi dieci anni, 40 mila ebrei hanno lasciato la Francia.
La sicurezza dei cittadini francesi non è più garantita. La violenza islamista può scatenarsi ovunque per colpire chi indossa un'uniforme, ma anche no. Tutti i cittadini francesi sono ora obiettivi sensibili in una guerra in cui ai terroristi islamisti tutto è permesso.
Nel Parlamento francese, le voci "pro-Islam di sinistra" stanno diventando sempre più audaci. La classe politica si distrae con la "scrittura inclusiva"; la procreazione medicalmente assistita per single e gay e le multe ai molestatori "sessuali". Nessun terrorista francese che è andato a tagliare teste in Siria ha perso la sua cittadinanza. La rivista Charlie Hebdo sta ricevendo di nuovo minacce di morte e nessuna importante pubblicazione francese ha espresso solidarietà ai propri colleghi assassinati per aver disegnato delle caricature sull'Islam. Il parente di una vittima ha pubblicato un libro intitolato Non avrete il mio odio. Molti intellettuali francesi sono stati trascinati in tribunale per presunta "islamofobia".
Frattanto, non è stata reclamata nessuna enclave islamista in seno alla Repubblica laicista, e sono state chiuse soltanto 19 moschee salafite.
Il Parlamento francese recentemente ha ritenuto urgente revocare l'immunità parlamentate alla leader politica Marine Le Pen dopo che aveva twittato le foto delle vittime dell'Isis, tra cui quella del giornalista americano James Foley. "Daesh è questo!", ha scritto in un post a corredo delle foto, usando l'acronimo arabo che sta per Isis. Pertanto, un paese che ha subito 250 omicidi per mano dello Stato islamico ha revocato la protezione politica a una leader, che è già sotto la protezione della polizia, per aver diffuso le immagini delle vittime dell'Isis e aprendo così la porta a un possibile procedimento giudiziario nei suoi confronti.
Il martirio di don Jacques Hamel per mano degli islamisti è già stato dimenticato e il luogo del massacro non è ancora stato visitato da Papa Francesco in segno di cordoglio e rispetto. I magistrati francesi sono ora occupati a rimuovere i simboli cristiani dal paesaggio: il mese scorso a Ploërmel, è stata disposta la rimozione della croce che sovrasta una statua di Giovanni Paolo II perché violerebbe la legge sulla separazione tra Stato e Chiesa.
La sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha recentemente vietato il mercatino di Natale della capitale perché non è abbastanza elegante. Le autorità francesi e le élite stanno distruggendo, pezzo dopo pezzo, il patrimonio storico, religioso e culturale del paese, in modo che non rimanga nulla. Una nazione privata della propria identità vedrà la sua forza interiore annichilita. Samuel Pruvot, un giornalista di Famille Chrétienne, avrebbe affermato che il Cristianesimo in Francia sarà presto trovato nei "musei".
Da due anni, la cultura francese è contrassegnata da una "sensazione da fine del mondo". Gli intellettuali da destra a sinistra hanno pubblicato saggi sul "suicidio della Francia", la sua "decadenza" e la sua "identità infelice". Queste sono opinioni eccellenti e importanti sullo stato attuale della società francese. Ma la Francia ora deve andare oltre il lutto. Deve dare una dimostrazione di forza, mostrare la volontà di prevalere.
La Francia deve ora iniziare a combattere la guerra ideologica, la più importante dopo gli arresti e il sequestro di armi. Se non lo farà, il 13 novembre 2015 sarà ricordato come il giorno in cui la Francia, come il sociologo Shmuel Trigano ha detto, "ha sacrificato le vittime per non dover combattere i carnefici".


Giulio Meotti, redattore culturale del quotidiano Il Foglio, è un giornalista e scrittore italiano.

fonte: https://it.gatestoneinstitute.org

Difesa allo sbaraglio sull’uranio. Zero sconti della Commissione nell’inchiesta parlamentare sulle vittime militari. Il generale Covato sulla graticola



Militari

“Di solito allo sbaraglio mandano la truppa, stavolta ci hanno mandato un generale”. Paolo Cova del Pd  assesta il colpo dopo quasi mezz’ora di faccia a faccia tra il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti dell’uranio Impoverito, Gian Piero Scanu, e Carmelo Covato, il generale in questione, a capo della direzione centrale del Servizio di vigilanza, prevenzione e protezione che siede sul banco dei testimoni.  Messo sulla graticola per oltre un’ora dopo l’intervista rilasciata l’8 novembre scorso al Tg2 delle 20.30.

Intervista boomerang – In particolare, per due risposte ad altrettante domande del giornalista Rai. La prima: “Gli uomini che operavano sul terreno lì nell’ex Jugoslavia sapevano del pericolo dei bombardamenti dell’uranio impoverito?”. Al microfono Covato è categorico: “Assolutamente sì, perché durante la fase di pianificazione vengono presi in considerazione tutti gli aspetti di situazioni che possono essere presenti in un determinato teatro operativo e anche una possibile minaccia di tipo nucleare, biologico e chimico viene sempre presa in considerazione”. E in Commissione, il generale chiarisce di essersi attenuto, nel rispondere al giornalista, alla “linea della Difesa”, rifacendosi ai “verbali della Indagine conoscitiva della Commissione difesa della XIII Legislatura”, in particolare alle dichiarazioni “del capo di Stato maggiore dell’epoca, generale (Mario) Arpino”. Ma Scanu obietta leggendo in aula le affermazioni – del tutto contraddittorie rispetto a quelle di Covato al Tg2  – riportate in una relazione presentata dal colonnello Pietro Lo Giudice del Comando Operativo di Vertice Interforze (Coi) alla Commissione il 9 marzo 2017: “Il Coi non dispone di comunicazioni o informazioni di uso di particolare munizionamento da parte dei Paesi e/o coalizioni che potrebbero aver utilizzato nei teatri oggetto di schieramento di truppe italiane”. E quando chiede a Covato se, oltre a rifarsi alle datate dichiarazioni di Arpino, abbia mai parlato con i militari che a quelle missioni hanno preso parte il generale alza le mani: “Nossignore”.

Scontro sui dati – Poi c’è la seconda domanda del Tg2: “Eppure ci sono 340 morti quasi 4.000 malati” per l’uranio impoverito. Al microfono Covato non tentenna: “Questi dati, questi numeri se confrontati con una popolazione non militare si può assolutamente notare” che “sono notevolmente inferiori” a “quelli riferiti ai militari”. Il generale spiega alla Commissione di essersi  attenuto “a quanto  dichiarato più volte dall’ispettore generale della Sanità (militare, ndr), generale (Enrico) Tomao”, e ai dati dell’Osservatorio  epidemiologico militare. Osservatorio che però, incalza Scanu, “registra solo le malattie insorte nel periodo in cui le persone svolgono il servizio” senza prendere in esame “tutto il periodo dall’inizio dell’attività lavorativa fino al decesso della persona”. In maniera “tragicamente risibile”, accusa il presidente, “il cosiddetto Osservatorio epidemiologico militare si occupa delle persone soltanto quando sono sane”. Quindi, “oltre che una bufala, è una provocazione”. Covato ribadisce: “Io mi attengo ai fatti”. Cioè alle dichiarazioni di Tomao. Il quale, ricorda però Scanu, “obtorto collo ha dovuto riconoscere che le nostre non erano invenzioni, erano osservazioni giuste”. E “lei riconosce la stessa cosa?”, chiede a Covato. Che insiste: “La risposta gliel’ho data”. Il presidente prende atto: “Quindi per lei ‘a prescindere’, direbbe Totò”. Il generale resiste. Ma alla fine la Commissione decide di trasmettere gli atti in Procura “per approfondimenti”.

Dai militari un’ostinata negazione. Parla il presidente Scanu: testimonianza imbarazzante

GIAN PIERO SCANU
GIAN PIERO SCANU“Una testimonianza imbarazzante, sorprendente ed eloquente sotto tutti i punti di vista. Sulla quale manifesto la speranza che il giudizio se lo facciano gli spettatori (il video è disponibile sul sito della Camera dei deputati, ndr)”. Il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti dell’uranio impoverito, Gian Piero Scanu (nella foto),  non nasconde tutto il suo stupore dopo la testimonianza resa ieri dal generale Carmelo Covato (leggi pezzo in alto).

Cos’è che l’ha sorpresa tanto?
“Nessuno di noi in Commissione si aspettava di dover valutare, quasi con ilarità, affermazioni assolutamente lontane rispetto non solo a ciò che il generale aveva detto in televisione ma anche a quello che è l’ordinario ruolo di un alto ufficiale. Nell’intervista al Tg2 ha parlato della condizione dei nostri militari nei teatri internazionali e oggi (ieri) ha detto di non avere nessun tipo di competenze al riguardo”.

E come vi sieti regolati rispetto a queste dichiarazioni?
“Abbiamo deciso di trasmettere gli atti alla Procura ritenendo la testimonianza resa dal generale Covato meritevole di approfondimenti”.

Al di là della deposizione del generale Covato, come giudica complessivamente l’atteggiamento tenuto dalla Difesa rispetto al lavoro della Commissione?
“Informato ad un ostinato negazionismo”.

E come se lo spiega?
“Non me lo spiego”.

Le vittime devono affrontare l’ulteriore calvario dei processi per ottenere i risarcimenti…
“L’obiettivo di una delle nostre proposte di legge è che l’esercizio di questo diritto non venga pervicacemente ostacolato”.

Concludendo: i militari erano informati dei rischi che correvano? E i vertici della Difesa hanno preso le dovute precauzioni per salvaguardarne la salute?
“Per quelle che sono le risultanze finora emerse in Commissione la risposta è no ad entrambe le domande”.

di Antonio Pitoni

16/11/17

Maggiorenni e vaccinati


Maggiorenni e vaccinatiHa ragione il vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen, in Italia la situazione non migliora e agli italiani bisognerebbe dire la verità sui conti. Si tratta di due ovvietà che in Paese normale non avrebbero necessità di essere annunciate, ma Katainen non conosce la politica e i politici italiani. Da noi, infatti, specialmente a sinistra, il concetto di “verità” è piuttosto vago ed elastico, soprattutto in vista delle elezioni. Si tratta insomma di una virtù che i cattocomunisti considerano talmente propria ed esclusiva da utilizzarla ad nutum e da sempre. L’Italia, infatti, è cresciuta così, dalla storia all’economia, dalla realtà sociale a quella statuale; tutto raccontato e inculcato secondo la verità cattocomunista. Il risultato di questa caratteristica intellettuale è ovviamente ciò che viviamo e vediamo: un albero storto, talmente storto da sfiorare spesso il crollo definitivo.
Del resto non è un caso che tra i Paesi europei l’Italia sia agli ultimi posti un po’ per tutto. È l’unica nazione ad avere un apparato pubblico mostruoso, in parte inutile e nullafacente, un sistema previdenziale colabrodo e iniquo, un debito stellare e una giustizia ingiusta. È l’unico Paese, inoltre, ad avere una macchina fiscale ossessiva, cervellotica, avida e talmente opprimente da scatenare una guerra permanente fra contribuenti e amministrazione. Insomma, raramente agli italiani è stata detta la verità sulle necessità reali, sulle modifiche indispensabili, sullo stato dei conti, sulle soluzioni per raddrizzare l’albero.
Anzi, a dirla tutta quasi sempre in Italia i cattocomunisti più le cose andavano male e più insistevano con illusioni e provvedimenti di appesantimento economico e sociale. Per farla breve, è stato utilizzato un modello tutto loro, di libera e fuorviante applicazione del keynesismo in tutti i campi. Si è usato quindi l’intervento pubblico per modificare, distorcere e per certi versi viziare disastrosamente la realtà del sistema. Lo hanno fatto per giustificare se stessi, per mantenersi in vita, per acquisire consensi, per occupare ogni spazio, per gestire le risorse e infine, purtroppo, per illudere gli italiani, tartassarli e condizionarli.
Ecco perché ha ragione Katainen quando dice che agli italiani bisognerebbe dire la verità su tutto. Al vicepresidente della Commissione europea possiamo rispondere che nonostante ciò e nonostante sia giusto dopo decenni di esperienze negative, gli italiani la verità se la sono presa da soli. Oggi la gente non ha bisogno delle dichiarazioni del Governo, dei dati strombazzati fino alla nausea, dei titoli forzati ad hoc, per rendersi conto della verità sullo stato delle cose. Oggi gli italiani sono assolutamente in grado di vedere e capire sulla loro pelle se sia vero o meno il successo e la vittoria sulla crisi di cui l’Esecutivo parla. Basta parlare con i cittadini in giro per le strade, nei supermercati, alla fermata del bus o dal giornalaio per capire se siano convinti della ripresa e del benessere ritrovato. Basta mettersi in fila in un ufficio pubblico per svolgere una pratica, oppure in un ambulatorio per chiedere una visita, oppure a uno sportello di Equitalia per sentire i giudizi e le convinzioni della gente. Basta infine recarsi in un tribunale per registrare un atto, per capire quanto la popolazione abbia fiducia nella giustizia.
Caro Katainen, lei ha ragione, ma stia tranquillo, gli italiani oramai sulla verità sono maggiorenni e vaccinati.

15/11/17

L’ombra delle tangenti sul crac Mps. I manager hanno scudato milioni a Singapore






Parliamoci chiaro. Quella che è andata in scena ieri davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, guidata da Pier Ferdinando Casini, è una giornata a dir poco decisiva. In audizione sono sfilati i pm milanesi Giordano Baggio e Stefano Civardi, titolari dell’inchiesta sul crac del Monte Paschi. E i collegamenti offerti dai due magistrati ai parlamentari non fanno altro che far riaffiorare il sospetto di una maxi tangente dietro all’onerosissimo acquisto di Antonveneta da parte di Rocca Salimbeni, che sborsò 9 miliardi (17 compresi i debiti) con tanto di autorizzazione da parte di Mario Draghi, all’epoca Governatore di Bankitalia. Il bello è che il sospetto della maxi tangente è rispuntato fuori quando Baggio ha parlato di manager Mps che negli anni hanno “scudato” ingentissime somme di denaro. Una rivelazione che descrive di fatto la possibile catena degli eventi. “I processi sono in corso, quindi non c’è un accertamento giudiziario definitivo”, ha premesso il pm di Milano, puntualizzando che il fascicolo è stato aperto dopo “esposti anonimi indirizzati alla Consob nel 2011” che parlavano appunto di “alcuni manager che sulle operazioni facevano delle creste e avevano un interesse privato”. Creste, interesse privato. Che vuol dire di preciso?
Il passaggio – E’ sempre Baggio a spiegarlo, subito dopo.  “Nel febbraio del 2013”, ha aggiunto, “sia la Procura di Milano che quella di Siena effettuano insieme un sequestro a carico, in parte, dei gestori del broker di Enigma”. In pratica “era emerso che questi gestori di Enigma avevano dei fondi scudati e che alcuni dirigenti Mps avevano scudato delle somme rilevanti”. Scudare, tanto per chiarirci, significa fare riferimento allo scudo fiscale, una specie di condono, per riportare in Italia soldi che si trovano all’estero. “I colleghi di Siena”, ha proseguito il pm, “accerteranno inoltre che proprio i gestori di questo broker, in sostanza, di concerto con Mps, avevano aperto una serie di conti correnti in giurisdizioni offshore, gestiti attraverso San Marino, che erano approdati presso banche di Singapore”. Ma chi diavolo erano questi manager? “Un nome importante”, si è limitato a dire Baggio, “era quello di Gianluca Baldassarri, capo dell’area finanza di Mps: era emerso che aveva scudato somme per 17,8 milioni di euro”.
A questo punto, però, la domanda è: da dove veniva questa montagna di soldi parcheggiata all’estero e riportata in Italia con lo scudo? E’ qui che è intervenuto l’altro pm, Civardi. Il quale ha esordito dicendo che nel 2014, quando la procura ha cominciato a mettere a fuoco le magagne, non si poteva indagare per corruzione perché “si persegue per querela di parte e si prescrive in sei anni”. Si è trattato, ha sottolineato riferendosi all’operazione Antonveneta, di un’operazione di acquisto “infelice, a scatola chiusa ed esiziale”. Ma quanto alla presunta tangente “di fatto elementi specifici non ne sono emersi”. Ma ciò che i pm hanno raccontato portano proprio a rialimentare quel sospetto.

di Stefano Sansonetti - 15 novembre 2017

14/11/17

VILLIPENDIO ALLA NAZIONE







Furibondo per l'indignazione che provo, ho immediatamente provveduto a scrivere questa mail sull'apposito sito del Quirinale che ne ha accusato la ricezione : 

" Egregio Sig.Presidente, un "rapper" di nome Justin Owusu ha osato cantare e ballare sulle sacre tombe dei nostri Caduti al Sacrario di Redipuglia. Capisco che la sinistra, che sempre comunista è, possa non avere nessun senso della Patria, ma ho il diritto di pretendere che venga rispettato il sentimento più profondo degli Italiani per bene degni di questo nome. Le chiedo formalmente, specificando che questa mail verrà pubblicata sui social dove conto quasi 4.000 contatti e oltre 350 gruppi in alcuni con più di 90.000 membri, di provvedere a far incriminare non solo quel volgare individuo per vilipendio alla Nazione ma anche tutti coloro che hanno in qualsiasi modo consentito che questo odioso crimine venisse perpetrato. E' ovvio che ove Lei non adempia a quello che è un Suo preciso dovere commetterebbe a sua volta Alto tradimento, queste cose non possono e non devono essere consentite...mai! "

" Questo è quanto e adesso lo ripeterò ovunque mi sia possibile farlo! ! "


Eppure dovrebbero governare


Eppure dovrebbero governareIn realtà la maggioranza dovrebbe pensare al Paese, al governo dei problemi collettivi, a varare una legge di stabilità seria e concreta. Invece pensa a dare spettacolo, quello al quale tutti assistiamo da settimane, anzi da mesi, anzi per dirla tutta da un anno. Da quando cioè, dopo la batosta sul Referendum costituzionale, anziché portarci al voto, ci hanno obbligati al Governo Gentiloni. Il terzo Esecutivo non eletto, il terzo premier non scelto dagli italiani, la terza maggioranza trasformista, rabberciata in Parlamento, pur di tirare avanti.
Se la gente aveva qualche dubbio sulla capacità del centrosinistra, più gli alfaniani e i verdiniani, di governare il Paese, se lo è tolto. Come se non fossero bastati tre anni con Matteo Renzi per dissipare risorse, per riempire l’Italia di immigrati sconosciuti e perdere l’occasione della politica accomodante di Mario Draghi. In buona sostanza, serviva la ciliegina sulla torta dello spettacolo che può offrire il centrosinistra al Governo e puntualmente la ciliegina è arrivata. Liti, insolenze, tranelli, accuse, ultimatum, rotture e ulteriori prese in giro alla gente, che di ben altro avrebbe bisogno. Per farla breve, era esattamente ciò che serviva al Paese nell’ultimo anno di legislatura per chiudere in bellezza.
Eppure, parlano di successi, di benessere ritrovato e di un’Italia fuori dal tunnel della crisi e dei guai. Roba da non credere. La realtà è che, a fronte di una crescita del Pil, che è solo congiunturale per merito della Bce, il disastro del Paese è rimasto intatto. Tutto è tale e quale a prima, a parte qualche provvedimento elettorale e una legge di stabilità che si annuncia ideale per tirare la volata al voto di primavera. Questo ha dimostrato il centrosinistra; questo sta dimostrando con lo spettacolo al quale assistiamo. Non c’è italiano, crediamo, che non si renda conto di quanto Governo e maggioranza stiano pensando ai fatti loro, agli interessi di bottega e a come tornare in Parlamento.
Come se non bastasse, nella legge di stabilità si sono trovati e si stanno trovando soldi solo in funzione del consenso, piuttosto che delle necessità. Assunzioni statali, aumenti al settore pubblico, qualche bonus di favore; insomma, tutto ciò che veramente serve al Paese per ripartire. Raramente nella storia repubblicana si è assistito a un fine legislatura tanto teatrale quanto negativo. Per non parlare dello Ius soli che, ove fosse approvato, ci darebbe il colpo di grazia.
Hanno fallito, questa è l’unica verità. Il centrosinistra con l’aiuto di qualche drappello eletto nel centrodestra e passato dall’altra parte ha buttato alle ortiche lo straordinario lavoro della Bce. Infatti, siamo tra gli ultimi posti in Europa per crescita, sviluppo, occupazione, giustizia, sanità, previdenza e fisco. Altro che successi e vittorie. Facciano pure e provino ancora a suggestionarci con effluvi di polvere di stelle. Il sipario sta calando e la primavera è vicina, molto vicina.

12/11/17

L’Italia crepa, ma il problema sono ancora i fascisti. Facciamo “Piazza pulita” delle banalità.

Mentre tutto muore, qui, in questo letamaio di omertosi, di accontentati, di scesi a compromessi e mai risaliti; di nani che proiettano ombre di giganti, di corrotti e arrestati, indagati, e poveracci che si scannano davanti alla porta rotta di un ufficio di periferia per avere una casa popolare, mentre una partita Iva un figlio, in quest’unica, misera esistenza, se lo sogna, qualcuno sfata il mito e salva il mondo, e lo fa in diretta tv, su La7: durante il fascismo, è provato da alcune ricerche fatte ad hoc, i treni NON partivano in orario, ma soprattutto, non si poteva lasciare le chiavi di casa sulla porta. Perché quel millantato senso di sicurezza, nell’Italia del Ventennio, era solo un’illusione.
Succede davvero, a Piazza Pulita, il programma di approfondimento condotto da Corrado Formigli.
Come se non bastasse, eccolo. Ecco il pullulare patetico e orizzontale, piatto come la banalità di chi non ha argomenti, da oltre quarant’anni. Svastiche, celtiche, tatuaggi, leggi razziali. Fascismo, fascisti e shoah. E poi la gara tra chi è più fascista tra Casa Pound e Forza Nuova. E ancora, poveri pazzi, razzi sparati addosso allo schermo di qualche milione di italiani che nel dubbio della propria evanescenza sociale, della propria inconsistenza, domattina avrà un motivo in più per essere incolonnato in marcia verso il tempo perso, della ripetizione, della rassicurante conformità. Il tempo perso di un Paese lasciato marcire nel Mediterraneo, galleggiare, come merda, come in un Gange di morti. Incolonnato, quel milione di italiani, verso l’unico pensare, l’unico guardare, l’unico sentire. Verso le certezze di regime, trasmesse non da attivisti di un centro sociale, non dai fantasmi del Partito Comunista Italiano, né dai suoi figli: ma dalla televisione e da un programma di libera visione.
Simone Di Stefano, vice presidente di Casa Pound, invitato da Formigli a Piazza Pulita per discutere di politica, del suo movimento, dei risultati elettorali e soprattutto della questione “Spada/vicinanza a Casa Pound”, così fortemente al centro delle cronache degli ultimi giorni. Di Stefano, al suo fianco Alessandro Giuli, direttore di Tempi.it, di fronte il plotone d’esecuzione. Tre astri che guideranno questa terra disgraziata lontano da se stessa, col vociare del gossip, con l’insistenza del trinariciuto 2.0: Wladimiro Guadagno, David Parenzo, e Alan Friedman.
Un assurdo momento di televisione, così assurdo da non crederci.
Così assente e fuorviante, così anacronistico, fuori tempo e fuori luogo da evocare il suono stridulo e lontano della plastica che ricopriva i divani della zia tirchia. Una coltre di molecole fuse, densa e opaca, che come cataratta si frappone tra gli occhi di chi pratica il politicamente corretto a livello olimpico, e una visione di maturità intellettuale, che si intravede, senza speranza, così sfocata ed effimera, da portare alla cecità del preconfezionato ad arte, che porta, ancora oggi, a parlare in televisione di tatuaggi con la svastica come massimo problema d’Italia. Che porta ad invitare il leader di un movimento non allineato alla vomitevole conformità, all’istituzione ideologica odierna, ed incalzarlo continuamente, fino a processarlo, per provare a costringerlo ad ammettere con la forza della diretta che sì, Roberto Spada è così tanto dei “suoi”, che se guardi bene, risulta pure tra i fondatori di Casa Pound, magari. Pur non c’entrando nulla, per davvero, con Casa Pound. Che porta ad invitare il leader di un movimento che “non sia di sinistra”, concedergli pochissimo spazio per replicare alle critiche e mandare, in sottofondo, il video di alcuni disadattati che negano l’esistenza dei campi di sterminio, si ammantano di svastiche, cimeli, pupazzi e cazzi strambi fuori moda, trasformando il senso della storia, nel quarto d’ora di ricreazione alle scuole medie.  Proiettandone i video, così da confondere gli spettatori – “questi figuri sono di Casa Pound, di Forza Nuova, sono cani sciolti? Chissenefrega, sono tutti fascisti”, pensò Italo Disperato, l’italiano ammodernato), arrivando fino al ridicolo: sfatare i miti del fascismo.
Quali? Vi chiederete. Beh, quello secondo cui i treni, durante il ventennio, partivano in orario. Ebbene, grazie allo staff infallibile di Piazza Pulita – d’ogni buon gusto, s’intende -, che ha effettuato ricerche mirate, gli italiani, ora, sapranno che i treni “mussoliniani” non partivano in orario.
Stiamo scherzando, vero?
Ributtante, osceno, vergognoso processo alle idee, alle estensione politica e culturale, all’essere oltre la sinistra. Per negare, ancora una volta, che esiste vita oltre la sinistra. Che un’altra mano lava il viso della coscienza di un Paese che a detta dei sacerdoti del progresso è il migliore dei mondi possibili, laddove l’emancipazione, la tolleranza e il rispetto si ergono fieri come conquiste della moderna civiltà.
Nel 2017. Con il Paese in ginocchio, si parla ancora di svastiche, celtiche, tatuaggi, leggi razziali, in tv. Di fascismo. Si parla della gara tra chi è più fascista tra Casa Pound e Forza Nuova.
Un assurdo, adolescenziale, non costruttivo, stereotipato, immaturo attacco (pre)elettorale per nutrire le moltitudini, mantenendole in ambiente controllato, comodo e sicuro, allevandone i difetti perché diventino diritti. Lì dove la credenza è un’illusione, e non sanamente un’assunzione di responsabilità verso un mondo che vuole scolparsi di tutto
Cosa si è visto stasera su Piazza Pulita? La macchina del fango nella più bassa forma, il gioco degli stereotipi, pari solo ai disegni di bimbi di Quarta elementare. Alle forme essenziali ed essenzialmente riconducibili all’estetica della banalità. Senza un minimo di decenza, nessuno ha chiesto come Casa Pound, sfortunata protagonista della serata, intenda tecnicamente realizzare il sogno di un italiano, quello di essere ricordato nelle preghierine serali del proprio Stato pagliaccio, aperto solo nei giorni feriali, a mezzo servizio, quello di potersi elevare verso il lavoro, mantenersi integro, e potersi permettere (PERMETTERE) la dignità di una famiglia.
Nessuno, né Formigli – che incredibilmente, agli occhi di ogni spettatore, anche del meno attento, ha insistito fortemente, per tutta la serata nel tentativo di associare la violenza, in senso lato, e Spada Roberto al movimento della Tartaruga -, né il signor Guadagno, né, tantomeno, i signori Parenzo e Friedman. Al contrario, s’è visto odio. Perché l’Italia continua ancora, maledettamente, a pendere dalle labbra di Ennio Flaiano (o forse, chissà, di Mino Maccari, la paternità è incerta, l’efficacia sempiterna): “in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”.
Tutto ciò è imbarazzante.
Non è cultura.
Non è giornalismo.
Non è visione, né spontaneismo. Non è mitopoiesi.
Non è democrazia, né tutela dell’espressione.
Tutto ciò terrorizza, al di là di ogni posizione. Terrorizza sapere di correre verso il progresso, col freno a mano della provincialità, che è uno stato della mente, tirato. Perché se questo è il livello del dibattito culturale e politico della televisione italiana, così sfrontato e arrogante, portato avanti da chi pretende di rieducare ogni sistema a noi vicino, sia esso intimo, o civilmente sociale, se a questo antiquariato siamo fermi, non ci si può stupire se non c’è integrazione, se muore la trasgressione, se non serve a nulla la disintegrazione. Se un popolo rompe la fila davanti all’Apple Store per correre dietro ad un Pokemon con il cellulare.
Cosa vedono gli occhi
Voi dite Casa Pound. Voi dite. Ma avessimo intorno una società che fa della virtù e della bellezza la propria opera d’arte, che si dedica il tempo e la vita, che risplende di luce propria, a dimensione d’uomo. Allora una cassetta di frutta consegnata ad una signora povera, sdentata e commossa, che le riaccende il sorriso in un quartiere dormitorio di una grande città dove tutti insieme, vicinissimi, si fa la solitudine, sarebbe nulla. Allora la spesa consegnata ai dimenticati, ai vinti del rione, quella cassetta di frutta, sarebbe abitudine – concordi o no, la direzione è chiara. Afferma Di Stefano: “. Ma in questo mondo di merda. In questa porcile scoperto. Bubboni di inconsistenza. In questo letamaio di omertosi, che è un cancro che galleggia nel Mediterraneo, grande Gange di morti, un leader – Simone Di Stefano ndr -, che accusato il suo movimento di collusione con la mafia, non solo smentisce chiaramente, ma indice una conferenza stampa per tirare in faccia al Paese che schifa anche solo l’idea di essere associato a certi nomi – Spada Roberto ndr -, e rilancia, chiedendo al Parlamento e alla Procura un’indagine, chiedendo di verificare, ai massimi organi della democrazia, se davvero esistano rapporti tra Casa Pound e il clan Spada, è qualcosa di raro. Non ricordo, in questa società che brilla come i denti di un ubriaco, nessuno fare questo. Se non oltre la smentita, la frutta è marcia, in campagna elettorale.
Poi si chiudono gli occhi e si vedono le promesse di Renzi e della Boschi di lasciare la politica; si vedono segreterie politiche spartirsi i piccoli brandelli del niente che rimane di un partito; si vedono cerchi magici indirizzare continuamente e forzatamente le scelte dei movimenti politici sul territorio; si sentono gli “onestà” gridati dal PentaStelle, e la sua metamorfosi in sistema, con indagati un po’ ovunque nel Paese.
E allora dove sono gli altri, i puri, i candidi, i lucidi. Dove sono? Farisei, si sentono puzzare. Continuamente sentirsi cristianucci nell’epoca in cui Cristo s’è fermato ad Eboli, ha preso un aereo ed è andato in America Latina. Dove sono i solidali? A fissare i passanti rotolarsi per terra dal dolore e pensare che non gli toccherà mai. Meglio correre girandosi dall’altra parte. A guardare, intensamente, la pagliuzza nell’occhio dell’altro, ignorando il trave nel proprio. I cristianucci. I farisei.
Gli occhi vedono il 5 Stelle strillare che CasaPound se la fa con (gli) Spada, che però sponsorizza il 5 Stelle e lo ha votato ad Ostia, comune commissariato per mafia sotto reggenza del Pd. Gli occhi vedono l’Italia essere un bel posto se non fosse una fiaba per adulti.
Presi dall’essere italiani a comando, a rispondere al fischio come il cane; a fare tutti la politica, la grandezza dei sistemi, la filosofia da bancone, ci si dimentica, poi, di essere donne e uomini. Donne e uomini del presente. Donne e uomini scriventi la storia. Donne e uomini, non replicanti.
Poi verrà la politica e tecnica. La fuffa, la retorica, le cravatte annodate col Windsor; le raccomandazioni, i palati inutilmente fini, i borghesi in Vespa, spariscono di fronte a ciò, si annichiliscono, piccoli, senza argomenti. E li rimangono, all’ultimo punto di ripristino utile, laddove sono stati settati, perché oltre il dettato, e il dettame, non riescono a vedere, ma riempiono le seggiole di un programma televisivo, prendendosi il lusso di  voler raccontare il nostro tempo, senza capirne le onde, fermi a ciò che è stato. Così come i feudatari che si incastellano, i fiumi di libri, il sushi e le presentazioni per raccontarcela tra di noi. Un’occhiata chic, fugace al culo di quella ballerina-pittrice, amica di casa dell’architetto che ci ha portati qui a deliziarci di Bertold Brecht, o della storia a targhe alterne di Rosario Villari.
Brucia la consistenza di un’alternativa. Brucia come sale nella carne chi accudisce il popolo.
Nulla rimane, se non un segno, piccolo e denso, nel grande libro della storia, come una testimonianza di qualcosa che è stato fatto, un lascito, un esempio, un’eredità. Influire, esserci.
E voi, cari camerieri del sistema, non rimarrete. Se non in qualche paragone sull’impotenza.
Un pensiero, uno sfogo, una riflessione ad alta voce; selvaggia, ma sincera.

da CONTRAEREA il blog di Emanuele Ricucci  
 
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di  Emanuele Ricucci - 10 novembre 2017 

L’Arabia Saudita tappa la bocca all’Occidente con i suoi contratti miliardari di acquisto armi






Il mutismo dell’Occidente davanti all’aggressione saudita allo Yemen suscita inquietudine per il fatto che Rijad si compra anche il silenzio con i contratti miliardari che sottoscrive per acquisto di armi dai paesi occidentali.
Persino il giornale statunitense The Washington Post, in un suo articolo pubblicato il Giovedì, censura il silenzio sorprendente dei paesi occidentali circa le aggressioni del regime saudita allo Yemen, che hanno causato una catastrofe umanitaria nel paese più povero del mondo arabo.
Il giornale indica chiaramente che, mentre l’Organizzazione delle nazioni Unite (ONU), così come le agenzie internazionali di assistenza umanitaria, hanno lanciato allarmi per i crimini del regime saudita nello Yemen (bombardamenti indiscriminati su scuole, ospedali, mercati e abitazioni civili), i responsabili politici in grande maggioranza statunitensi ed europei sono rimasti muti per non incrinare i rapporti con l’Arabia Saudita.
Nelle poche osservazioni fatte da questi paesi, nel corso delle ultime settimane, non si apprezza alcun tono di appoggio al popolo yemenita che soffre la sua peggiore crisi umanitaria in quanto vittima degli attacchi criminali dell’aviazione saudita. Da due settimane, l’allora ministro della difesa britannico, Michael Fallon, ha denunciato presso il Parlamento britannico le critiche verso le esportazioni di armi dell’Arabia Saudita, e ha difeso un contratto di vendita di vari caccia bombardieri britannici alla Monarchia saudita. “Devo ripetere che le critiche verso l’Arabia Saudita in questo Parlamento non sono utili”, ha dichiarato Fallon, secondo lo stesso Washington Post.
Da parte sua il presidente USA, Donald Trump, ha reagito ad un attacco con missili fatto dallo Yemen all’Arabia Saudita ignorando il genocidio di civili yemeniti effettuato da Rijad e limitandosi ad elogiare la vendita di armi ai sauditi, stretti alleati di Washington, ha ossservato il giornale.
Negli ultimi anni, tanto il Regno Unito come gli USA hanno guadagnato più denaro che mai con le vendite di armi all’Arabia Saudita. Gli attivisti delle associazioni umanitarie denunciano che tali accordi miliardari non soltanto corrispondono ad equipaggiamenti militari, ma che presuppongono anche l’accettazione della politica di Rijad, nonostante la sua attitudine guerrafondaia ed il suo appoggio al terrorismo.
La crisi yemenita, che è iniziata nel marzo del 2015 con gli attacchi dell’Arabia saudita e dei suoi alleati nella regione, con l’approvazione degli USA, e senza il permesso delle Nazioni Unite, per riportare al potere l’ex presidente fuggitivo Abdu Rabu Mansur Hadi – fedele alleato di Rijad -, ha determinato la morte di oltre 12.000 civili, secondo i dati di recente froniti dall’ONU (dati per difetto).
Nota: I petroldollari sauditi hanno tappato la bocca ai governati dei paesi occidentali, gli stessi che di frequente “starnazzano” circa le violazioni dei diritti umani che avvengono in paesi che risultano poco inclini ad accettare le ingerenze degli USA e dei loro alleati, come in Siria, in Iran, in Russia, in Venezuela, in Corea del Nord.
Nel caso dello Yemen,  l’ipocrisia dei governanti occidentali, di personaggi come la Theresa May, come Emanuel Macron, come Paolo Gentiloni,  è così evidente che si può “tagliare a fette”.


Fonti: HispanTv   Washington Post
Traduzione e nota: Luciano Lago
Tratto da: controinformazione.info

fonte: https://www.informarexresistere.fr

10/11/17

Marò: dove eravamo rimasti



Marò: dove eravamo rimastiSi riapre dinanzi davanti alla Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja la vicenda dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone che l’India ritiene responsabili della morte di due suoi connazionali imbarcati su un natante dedito a presunte attività di pesca, mentre i Gruppi impegnati in loro difesa sostengono la loro totale estraneità all’evento, in quanto l’abbattimento dei due presunti pescatori si è verificata a distanza di tempo, per ammissione videoregistrata del proprietario e comandante del natante bersagliato, oltre che in luogo diverso da quello dove i due nostri militari in servizio antipirateria sulla petroliera Enrica Lexie aprirono un fuoco di dissuasione, dopo le segnalazioni di rito, contro altro natante, diverso – lo ribadiamo – da quello in cui sono periti i due indiani impegnati in presunte attività di pesca, che si allontanò, desistendo da quella che appariva come una rotta di abbordaggio, forse, come a tal punto si potrebbe anche ipotizzare, funzionale alla macchinazione giudiziaria e mediatica a supporto di interessi, legali, ma non per questo legittimi ed etici, connessi con la pirateria di cui abbiamo parlato in un articolo dell’11 gennaio 2013. La differenza temporale tra i due eventi rende plausibile tale ipotesi.
Di questo aspetto sugli interessi nella pirateria, riportato nel citato articolo, ne avevo fatto menzione in una relazione a un convegno sul tema della sovranità svoltosi a Roma sabato 26 maggio 2012, nella quale riportavo la notizia che la società britannica Convoy Escort Programme Ltd. sostenuta e finanziata dai Jardine Lloyd Thompson Group Plc di Londra era prossima ad allestire la prima flotta privata antipirateria. La notizia venne confermata da un lancio Ansa del 6 gennaio 2013, che riporto integralmente: una “marina privata” per combattere i pirati somali che terrorizzano i cargo al largo delle coste africane. Con tanto di navi armate, motovedette e un piccolo esercito di ex comandanti, ufficiali e marinai.
Ovviamente militari, se non altro per il continui avvicendamenti, al contrario di contrattisti ed avventurieri difficili da “ammorbidire”, peggio coinvolgere in giochi spuri di interesse, erano e sono un ostacolo a certi interessi, quindi eliminarli dalla scena con una finalizzata macchinazione, addirittura con la condanna a morte di due malcapitati alla Sacco e Vanzetti, potrebbe essere un movente; la scelta di una nave italiana con a difesa un nucleo militare potrebbe essere stata dettata dalla nostra debolezza nazionale e dalla inconsistenza dei nostri dirigenti, alcuni persino in conflitto di interessi con l’India, come l’evolversi della vicenda nel tempo ha dimostrato.
Al riguardo commentavamo: “Dobbiamo allora parlare di una pirateria di Stato da parte degli indiani? Assolutamente no, ma di cultura fortemente informata ed influenzata dalla pratica delle pirateria certamente si, alla stregua di come da noi non si può, soprattutto in certe regioni, parlare di mafia di Stato, ma di cultura informata ed influenzata dalla mafia con connessioni e legami in vari ambienti definiti, in gergo, dei colletti bianchi, oltre che in quelli politici o del sottobosco politico, in particolare a livello locale”.
Inoltre, le nostre autorità, sensibili ed aperte verso la malversazione indiana, non si sono fatte scrupolo di violare in tema di estradizione – fattispecie che si configura sino dai preliminari di indagine e ancora di più in una riconsegna in barba a tutti i proclamati principi, tanto da negarla per conclamati terroristi che correvano il rischio di condanna a morte nel Paese di estradizione – principi sacri ed inviolabili, sanciti dalla Convenzione europea sui Diritti dell’Uomo, dalla nostra Costituzione e riaffermati, dalla giurisprudenza in materia.
Molto attivi i gruppi spontanei sorti in Rete, tra cui in prima linea il gruppo Facebook “Riportiamo a casa i due militari prigionieri” con esponenti portanti quali l’ingegnere Luigi Di Stefano, la cui analisi tecnica, che ha smontato il fatuo castello manipolativo indiano, il quale rappresenta l’arma strategica a sostegno e difesa dei due militari, e il generale Fernando Termentini che assistito da legali di sua fiducia ha messo, con finalizzati e ben congegnati esposti, con le spalle al muro la stessa magistratura in genere pervasiva, ma questa volta rinunciataria, tanto da non ravvisare pericolo di fuga quando era noto che i due stavano recandosi in aeroporto per venire riconsegnati agli indiani.
La situazione sembrava avviata a soluzione quando, dopo una audizione del Perito Luigi Di Stefano a Bruxelles nella quale confutava le argomentazioni indiane, veniva disposto su ferma presa di posizione europea il rientro in Italia dei due Fucilieri di Marina in attesa della assegnazione di giurisdizione da parte del Tribunale Arbitrale dell’Aja, che dovrebbe decidere entro il prossimo 2018. Il governo di New Delhi ha sostenuto infatti davanti alla Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja che le spetta di poter giudicare i due fucilieri di Marina, che ritiene implicati nella morte di due pescatori indiani al largo delle coste dello stato federato del Kerala.
Una complicazione inattesa; Luigi Di Stefano, come aveva già fatto ottenendo il fascicolo completo da parte di Bruxelles, ha avanzato la stessa richiesta al Tribunale dell’Aja, che ha risposto che i documenti rimarranno secretati sino a dopo la sentenza. Magnifico, un sotterfugio per impedire la difesa dei due militari che sono estranei alla morte dei due indiani deceduti su un natante impegnato in presunte attività di pesca, comunque differente anche a vista e in circostanze di tempo e di luogo non compatibili secondo la documentatissima analisi tecnica di Luigi Di Stefano, che non potrà così confutare l’accusa indiana, con quelle dell’episodio del fuoco di dissuasione da bordo dell’Enrica Lexie.
Il verdetto dovrebbe a tal punto essere che sul caso l’India non può avere giurisdizione alcuna, non solo per motivi giuridici, dove vi è spazio discrezionale, ma perché il fatto non sussiste, come si evince da una lettura critica della documentazione indiana nota perché agli atti a Bruxelles. Solo è che le nostre autorità sono troppo morbide, molto gentili, persino troppo Gentiloni... Sconcertante questo atteggiamento succube e passivo, contro cui i vari gruppi a difesa dei due militari ingiustamente accusati e scaricati dalle nostre autorità, sono già sul piede di guerra. Complessivamente si tratta di alcune centinaia di migliaia di attivisti determinati e motivati.

09/11/17

L’Ungheria in difesa della Fede. Il Governo ungherese si dichiara pronto a trasportare in Ungheria la croce da smontare in Francia!

Ringraziamo il nostro amico Andras Kovacs, che ci ha inviato questa traduzione di un articolo tratto dal sito del Governo ungherese. Come è noto (vedi su Avvenire), il Consiglio di Stato francese ha deciso che la croce che sovrasta il monumento di Giovanni Paolo II che si trova nella città di Ploermel, in Bretagna, va rimossa perché viola la legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa. Il Governo ungherese, per bocca del suo Ministro degli Esteri, ha dichiarato la disponibilità a trasportare questa croce in Ungheria, a proprie spese, e ad esporla in una scuola. Il Ministro non ha mancato di sottolineare che l’Europa non può e non deve rinnegare le sue radici cristiane, la sua stessa identità.
La nostra gratitudine va quindi anche al Governo ungherese, guidato da Viktor Orban, ai suoi ministri e al popolo ungherese, che ancora una volta dimostrano di essere un faro di civiltà in questa Europa che corre verso il suicidio.

Il governo ungherese è disponibile ad assumersi le spese e gli oneri amministrativi necessari per poter trasportare in Ungheria la croce destinata ad essere tolta dalla statua del papa Giovanni Paolo II nella città di Ploermel, se il municipio francese è d’accordo – ha dichiarato Péter Szijjártó, Ministro degli Esteri e Dell’Economia Estera.
Il Ministro ha spiegato che attraverso l’Ambasciata di Parigi hanno contattato l’ente governativo della cittadina di Bretagna, ma che finora non hanno avuto nessuna risposta. Ha aggiunto che la croce sarebbe accolta dalla Scuola Elementare e Secondaria San Benedetto di Budaörs.
Péter Szijjártó non ha voluto commentare la decisione del Consiglio di Stato secondo la quale bisogna togliere la croce, ma ha spiegato che dal punto di vista del futuro dell’Europa ogni decisione che riguarda la soppressione del cristianesimo con riferimento alla tolleranza in modo ipocrita e che ordina la rimozione dei simboli cristiani è “molto dannosa”.
Secondo il Ministro “l’incredibile indulgenza” diretta a sopprimere il cristianesimo è contraria agli interessi dell’Europa. Questi passi – come ha dichiarato – sono da considerare delle misure per annientare la civilizzazione e la cultura del continente. Ha aggiunto: nei nostri giorni si aprono delle questioni che prima non erano neanche ritenute degne di essere aperte perché pochi mettono in dubbio – indipendentemente dall’appartenenza religiosa – che il cristianesimo è una parte determinante della cultura europea. È proprio vero che nel 21° secolo in Europa facciamo togliere un simbolo cristiano? C’è libertà di religione per tutti, tranne per i cristiani? – ha chiesto Péter Szijjártó e ha chiamato queste domande “questioni di destino”.
Il Ministro ha sottolineato che la natura cristiana dell’Europa deve essere preservata e chi viene qua deve accettare e rispettare le leggi locali e le tradizioni degli abitanti.
Secondo Péter Szijjártó l’immigrazione illegale mette in pericolo la natura cristiana dell’Europa perché il diventare un paese di immigrati ha come conseguenza che chi arriva, prima o poi vorrà sovrascrivere le regole locali.
Rispondendo ad una domanda ha fatto sapere che gli ungheresi registrati alla protezione consolare a New York non hanno subito danni nell’atto terroristico di martedì. Come ha spiegato, tanti però non hanno chiesto questo tipo di aiuto, per questo il Ministro ha chiesto a chi deve viaggiare all’estero o a chi vive all’estero di registrarsi per una protezione consolare.
Péter Szijjártó ha sottolineato anche il fatto che il successo dell’azione militare internazionale comporta anche dei pericoli perché una parte dei “terroristi assetati di vendetta” vorrebbe venire in Europa. La prevenzione in parte è una questione dei servizi segreti, in parte la difesa dei confini perché se “non facciamo entrare nessuno illegalmente, allora non facciamo entrare neanche i terroristi” – ha aggiunto.

1- fonte: http://www.kormany.hu/hu/kulgazdasagi-es-kulugyminiszterium/hirek/a-kormany-segit-a-franciaorszagban-lebontando-kereszt-magyarorszagra-szallitasaban

2- fonte: https://www.riscossacristiana.it

Milano kaputt


Meravigliosa gara a chi è più conformista tra radicali (che propongono l’istituzione del “Diversity manager”) e il Comune, orientato a creare la figura del “Gender city manager”. Insomma, il “checche-manager”. Allo squallore non c’è mai fine? Chissà. Quel che è certo, è che Milano è finita. Però dal Vaticano arriva una notizia che ricolma il cuore di speranza…

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Che ci volete fare. Io questa Milano, città in cui si vive male, in cui il traffico ti ammazza, l’aria ti intossica, la vita costa troppo, io l’ho sempre amata.
Mi dicono che sto invecchiando, e questo è fuori discussione. Se guardo la mia carta d’identità, alla voce “data di nascita” leggo pessime notizie. Ok, ma proprio perché sto diventando vecchio, ho fatto in tempo a vivere nella città di Sant’Ambrogio, in una città ordinata nonostante il caos (non è una contraddizione, chi è milanese davvero mi darà ragione), in una città cristiana, con un’anima grande, la città della Madonnina e di Sant’Ambrogio, dove davvero – parlo di un po’ di anni fa – chi aveva voglia di lavorare poteva farsi strada, dove davvero esisteva quel “Cuore di Milano” grazie al quale nessuno si sentiva solo.
Ma adesso Milano è morta, l’hanno ammazzata. I colpevoli non saranno mai perseguiti perché sono al tempo stesso esecutori, legislatori e giudici. L’hanno ammazzata arcivescovi dimentichi del loro compito, politici sempre più squallidamente mediocri, preoccupati solo di restare sulla cresta dell’onda. L’hanno ammazzata anche, diciamocelo francamente, l’apatia e l’indifferenza di tanti, troppi milanesi che hanno guardato l’agonia e se ne sono fregati.
Milano ha visto la sua piazza del Duomo oltraggiata dalla preghiera collettiva di centinaia di maomettani, ha visto le sue strade insozzate dagli squallidi “gay-pride”, e altro… E non a caso ha dedicato una delle sue vie centrali, quella che per lunghissimi anni fu “via dell’Arcivescovado”, al signor Carlo Maria Martini. È giusto: avviata sulla strada del suicidio, ha voluto degnamente celebrare un portatore di confusione.
E adesso l’amministrazione comunale, non paga evidentemente di quanto già fatto, non solo candida la ex-città di Sant’Ambrogio a diventare “capitale del turismo gay” (evitiamo facili giochi di parole come “culturismo”…), ma anche, per bocca del presidente della Commissione comunale Pari opportunità e Diritti civili, propone l’istituzione del “Gender city manager”, ovvero una “figura super partes per la raccolta dei dati e il monitoraggio di tutte le azioni dell’amministrazione in tema di discriminazioni di genere”. E ovviamente i radicali rilanciano: no, serve il “Diversity manager”. È una figura “più comprensiva”.
In questa schifezza, una sola voce di buonsenso, peraltro inascoltata: quella di Riccardo De Corato, già vicesindaco, che chiede l’istituzione del “Normality manager”.
Ho letto tutte queste piacevolezze sul Giornale di oggi.
Milano kaputt. Non saprei davvero che altro dire. L’ex città dal cuore grande presenta uno squallido spettacolo di degrado umano a chi arriva in Stazione centrale; lascia nei pasticci i poveri e corre in aiuto degli immigrati, regolari o meno (dettaglio), perché troppo impegnata a dimenticarsi che il “prossimo” è appunto chi è “prossimo”, ovvero vicino. L’ex città di Sant’Ambrogio ha perso l’anima e, come contropartita normale in questi casi, ha trovato la morte.
Sulle macerie di Milano resteranno trionfanti il “manager”, che sia “gender” o “diversity” manager, e qualche brillantino e nastro colorato caduto dalle mutande di qualche partecipante all’ultima festa gay patrocinata dal Comune. In attesa che venga abbattuta la Madonnina, per evitare discriminazioni verso le “altre religioni”…
Addio Milano, sai quanto ti ho amata. E so quanto mi hai amato, come amavi tutti i tuoi cittadini. Ma quando tutto è finito, bisogna rendersene conto. È meglio andarsene…
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PS: ammetto di aver scritto questo articolo con molta tristezza nel cuore, ma ecco una notizia che mi induce al giubilo e alla rinascita della speranza: Bergoglio ha vietato… che cosa? La bestemmia? Le blasfeme “liturgie” interreligiose? I sacrilegi? Ma và, quelle sono robette.
Ha vietato la vendita di sigarette in Vaticano! Leggete su ANSA . La Fede è salva! Ricomincia il cammino della civiltà! Attendiamo il commento di Buttiglione, che ricordiamo dalla giovinezza come fumatore di sigaro.

di Paolo Deotto - 9 novenbre 2017

fonte: https://www.riscossacristiana.it/milano-kaputt-di-paolo-deotto/