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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

19/09/17

La democrazia radical chic e la loro par condicio


La democrazia radical chic e la loro par condicio


La scenetta televisiva che qualche sera fa ha coinvolto Nicola Porro, ospite di Corrado Formigli a “Piazza Pulita” su La7, non è altro che la conferma di come il mondo della sinistra radical chic intenda la democrazia. Oltretutto, di situazioni analoghe di qui al voto, quando sarà, ne vedremo tante, perché l’informazione, dalla Rai a La7 fino a Sky, in barba alla par condicio, è schierata contro il centrodestra.
Del resto è diventata prassi nei talk-show invitare tre o quattro personaggi di cui, quasi sempre, uno solo è orientato diversamente dal centrosinistra. Non è casuale e, anche se non c’è un protocollo scritto nel mondo dell’informazione non solo televisiva, fanno così di continuo: uno del centrodestra contro tutti gli altri radical chic. Lo fanno, praticamente, da sempre. Perché storicamente il mondo della cultura, dello spettacolo, del giornalismo, sta a sinistra. Ovviamente, non è un caso che sia così, come non è un caso che la corrente maggioritaria in magistratura sia quella di sinistra, al pari della scuola e dell’università.
Insomma, in Italia la gran parte del mondo che può orientare l’opinione pubblica, determinare fatti politici, influenzare il pensiero della gente, è, sostanzialmente, schierata a sinistra. Sia chiaro, nulla di abusivo, anzi, si tratta di un lungo percorso studiato a tavolino che nasce da lontano e in qualche modo coincide con l’essenza cattocomunista della nostra Costituzione. In fondo, dalla nascita della Repubblica in poi, la storia è stata scritta a sinistra, raccontata a sinistra, per non parlare di quello che è successo dal 1968 in avanti nella società. Nella stessa magistratura, a pensarci bene, ci si accorge che, forse, non fu per caso che Palmiro Togliatti nel 1946, volle fermamente il ministero di Grazia e Giustizia.
Insomma, l’Italia è cresciuta per decenni nella morsa culturale cattocomunista. Fra Dc e Pci c’è stata una sorta di spartizione delle aree d’influenza politiche, culturali, economiche e sociali. Con la caduta del comunismo e del muro di Berlino si è compiuta poi la più scaltra operazione di sincretismo possibile. Due posizioni solo apparentemente antagoniste, democristiana e comunista, si sono andate progressivamente fondendo in un solo partito, una sola area di riferimento, una sola riva di pensiero, quella radical chic. I comunisti dovevano scrollarsi di dosso la catastrofe dell’Est, i democristiani quella di una gestione della cosa pubblica opaca, obliqua, affaristica.
Ecco perché assieme a Tangentopoli nasce in Italia un apparentemente nuovo modello di centrosinistra, di cattocomunismo, di progressismo radical chic in grado di permeare ogni ganglio del sistema. Informazione, giornali, scuola, università, sindacato, grandi imprese pubbliche e private, burocrazia e quant’altro, tutto orientato e schierato contro il centrodestra. Un fronte compatto che, in nome di una falsa democrazia, della superiorità morale, di una pseudo libertà di pensiero, si è sempre scagliato con una veemenza inaudita contro chiunque non la pensasse così. I radical chic, infatti, non avendo argomenti, con arroganza e prepotenza si rifugiano sempre nell’offesa e nell’insulto dell’altrui pensiero. Da quando poi l’invenzione geniale di Silvio Berlusconi portò il centrodestra alla vittoria contro la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, apriti cielo.
Nell’armamentario dei radical chic sono rientrati, a tutta voce, il pericolo fascista, razzista, illiberale, estremista di destra, pericolo democratico, insomma l’olio di ricino dietro l’angolo. In buona sostanza, da quando nel Paese si è affacciata l’ipotesi che un’altra democrazia fosse possibile, liberale, laica repubblicana, democratica e alternativa, è partito l’appello a sotterrarla e soffocarla. È come se, in un ordine non scritto ma compiuto, fosse scattato l’incipit a togliere voce, spazio, tribuna a tutto ciò che non fosse in linea con il radical chic pensiero. Tivù, grandi testate, conferenze, salotti, tutti ad avventarsi contro chi non fosse allineato. È il loro modo di essere democratici, di predicare la libertà e il primato del diritto, dare del fascista, del manganellatore, dell’estremista pericoloso a chiunque non sia in sintonia con la rive gauche.
Ecco perché a Nicola Porro è capitato quel che abbiamo visto, né più né meno di quello che succede nella stragrande parte dei talk-show, alla faccia della par condicio e della pari dignità democratica. Ecco perché bisogna tenere alta e ferma la voce e il pensiero di centrodestra senza timori e senza titubanze, ovunque. Ecco perché non bisogna demordere nell’affermare sempre che la democrazia si chiama così anche quando non sta a sinistra e che forse la vera minaccia viene proprio dal pensiero unico radical chic che non accetta antagonismi. Ecco perché la prossima sarà una lunga campagna elettorale dove i cattocomunisti non daranno spazio e tregua, ma in fondo per i liberali e i democratici veri è proprio questo il sale della libertà e della democrazia.

17/09/17

“IO, STRANIERO D’ITALIA, CONTRO LO IUS SOLI”






Paolo Diop è un ragazzo di ventinove anni di origine africana. Nato in Senegal, è emigrato in Italia con la famiglia quando aveva appena due mesi. Vive a Macerata, dove studia giurisprudenza e lavora in una multinazionale. Ha la cittadinanza italiana ed è innamorato del Belpaese.
Sarebbe un perfetto testimonial dello Ius soli. Un bellimbusto dalla pelle nera, da dare in pasto all’opinione pubblica in una eventuale pubblicità progresso di partito per promuovere la controversa legge in discussione in Senato.
Sarebbe, se non fosse che Paolo è invece energicamente contrario allo Ius soli, anche alla versione cosiddetta “temperata”. Lui la cittadinanza italiana l’ha presa a ventidue anni, cioè in ritardo rispetto a quando gli sarebbe spettata. Con la legge attuale, infatti, si può fare la richiesta al compimento della maggiore età, a patto che si sia vissuti in Italia legalmente e ininterrottamente. Per Paolo, tuttavia, l’italianità è appartenenza culturale e non iter burocratico, come spiega in un’intervista a In Terris.
Perché è contro lo Ius soli?
Perché ritengo che la legge attuale sia ottima e che non ci sia bisogno di sostituirla con un’altra. Con la legislazione vigente la persona straniera ha modo di potersi integrare veramente, di guardare alla cittadinanza come al compimento di un percorso culturale. Invece con lo Ius soli si renderebbe tutto talmente più facile e scontato da svuotare di senso l’appartenenza alla comunità nazionale.
Eppure i fautori di questa legge sostengono che favorisca l’integrazione…
La mia esperienza personale dimostra che l’integrazione sia una realtà alla portata di noi emigrati già oggi. Ma di situazioni analoghe alla mia ce ne sono innumerevoli in tutta Italia: tempo fa i giornali si sono occupati di un ragazzo indiano entrato nell’Arma dei Carabinieri. La sua storia testimonia che in questo Paese chi merita e chi davvero ha il desiderio di integrarsi può farlo.
Lei parla di merito. Crede che lo Ius soli svilisca questo concetto?
Lo Ius soli si pone in contraddizione con la meritocrazia. Mi spiego: se un ragazzo d’origine straniera e nato in Italia acquisisce automaticamente la cittadinanza, non si sente più in dovere di affrontare un percorso culturale per raggiungere la piena appartenenza nazionale. La sua unica cultura rimarrebbe quella tramandata dai propri genitori. E, nel caso di famiglie radicali islamiche, si tratta di una cultura estranea all’Italia. Se passa lo Ius soli, tra dieci o quindici anni sarebbe pieno di ragazzi di seconda o terza generazione con cittadinanza italiana ma cultura non italiana.
E questo può anche favorire l’adesione ad idee fondamentaliste e al terrorismo?
Certamente. Basti pensare che molti dei terroristi che hanno compiuto attentati in Europa sono ragazzi di seconda generazione, evidentemente rimasti legati soltanto alla propria cultura d’origine. Oggi in Italia, grazie alla legislazione attuale, è possibile espellere i soggetti pericolosi. Se questi avessero avuto la cittadinanza, non sarebbe stato possibile.
Ma la legge attuale, basata sullo Ius sanguinis, è migliorabile?
Come ho già detto, è un’ottima legge. Ma io la renderei ancora più restrittiva: al termine del percorso dei diciotto anni per i nati in Italia, metterei un esame di Stato per verificare la loro reale adesione alla cultura italiana. Inoltre valuterei in maniera ancora più rigida il percorso storico giudiziario del ragazzo: bisogna stare attenti a dare la nazionalità a chi ha già commesso reati, perché – ripeto – poi un domani non potrebbe più essere espulso.
Insieme allo Ius soli la legge in discussione introdurrebbe lo Ius culturae, cioè la cittadinanza ai minori nati in Italia o arrivati qui prima dei 12 anni che abbiano frequentato un corso di cinque anni di scuola. Che ne pensa?
Lo Ius culturae è una formula accettabile, ma non nei termini previsti dalla legge in questione. Anche qui, manca un esame di Stato che attesti l’effettiva appartenenza alla cultura italiana. Aver studiato in Italia, di per sé non è una garanzia di italianità.
Ritieni che lo Ius soli possa minare l’unità familiare di nuclei stranieri che vivono in Italia?
Si verrebbero a creare dei paradossi per cui i figli avrebbero la cittadinanza italiana e i genitori no. Così si distorce il diritto di famiglia e laddove si mina l’unità familiare si creano degli insipidi culturali che disgregano la società.
Che effetto le fa vedere suoi coetanei, magari di origine africana come lei, scendere in strada per reclamare lo Ius soli?
Credo che  soffrano di sudditanza psicologica.
In che senso?
Nel senso che la discriminazione avviene solo nelle loro teste. In Italia non ho mai riscontrato alcun problema, questo è un Paese tollerante che accoglie e rispetta tutti. Non capisco perché si consideri l’acquisizione della cittadinanza un “diritto divino”. La cittadinanza è il compimento di un percorso. E poi ritengo che questi ragazzi siano pure strumentalizzati.
Da chi?
Le dico francamente: credo che dietro questa legge ci sia una manovra di opportunismo politico. La sinistra spinge per lo Ius soli per crearsi un bacino di voti da parte dei cosiddetti “nuovi italiani”. Niente di più di un mero voto di scambio.
Ti imbarazza che tra i contrari allo Ius soli ci sia anche chi usa argomentazioni razziste? Penso all’uso del termine ‘negro’ per identificare gli africani…
Se vengo chiamato negro, personalmente non mi offendo. Sono di “razza” negroide e ne sono orgoglioso. Poi, ovviamente, il discorso cambia se oltre al termine negro, a seguire vengono aggiunte delle ingiurie. Ma posso dire che si tratta di situazioni molto rare. Più che razzismo, si riscontra patriottismo da parte di chi è contro lo Ius soli.
Lo Ius soli per ora è un capitolo chiuso. Ma Gentiloni ha affermato che si farà entro l’autunno, magari con la fiducia…
E io mi unirò a quanti andranno in piazza per esprimere il proprio dissenso. Lo Ius soli è una minaccia nei confronti della cultura di provenienza e di quella di acquisizione. Se passa questa legge, tra vent’anni ci troveremo con un immenso numero di ragazzi disgregati, consumatori perfetti di una società senza identità.


Somari della lingua, guappi del diritto



Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

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Questo il testo licenziato dalla Camera dei Deputati. Come insegnano nella facoltà di Giurisprudenza fin dal primo anno di corso, quando si studiano i principi generali del diritto, la prima regola d’interpretazione della norma è l’analisi del significato letterale delle parole che la compongono.
Dunque, cominciamo ad analizzarne la prima parte: “chiunque PROPAGANDA le IMMAGINI o i CONTENUTI PROPRI del PARTITO fascista o del partito nazionalsocialista tedesco ovvero delle relative ideologie…”.
Cominciamo dai complementi oggetti e di specificazione: cosa significa “immagini del partito”? Che cos’è l’immagine del partito? La fotografia della sua sede? Le foto ricordo del suo congresso? La fotografia del suo fondatore o dei suoi dirigenti? C’è di che far viaggiare la propria fantasia. Una cosa è certa: non può riferirsi ai simboli, perché questi sono richiamati in seguito e, in tal caso, dovendo forzatamente presumersi che il legislatore abbia voluto dare un senso a ciò che ha scritto, bisogna che un altro significato a quell’ipotesi di condotta lo si dia. La verità è che ci troviamo di fronte ad una prosa involuta, che fa leva non su una catena sensata di concetti, ma sull’efficacia suggestiva delle parole, “propaganda”, “immagini”, “partito fascista e nazionalsocialista”, senza curarsi se il collegamento fra loro esprima dei concetti sufficientemente percepibili e chiari, cosa che nel diritto penale, dove vige il principio di necessaria determinatezza del precetto, è decisiva.
Sembra di assistere ad una nuova versione del film E.T. E.T. ….casa…telefono”, “Propaganda…immagini… partito fascista…”, con la differenza che il simpatico extraterrestre almeno si fece capire e riuscì a comunicare coi suoi lontani parenti.
Stando dunque all’interpretazione letterale che si riesce a estrarre da codeste parole sconnesse, una foto ricordo della gitarella fuori porta di un capomanipolo con moglie e pupi vestiti da giovani italiani e da balilla, o il ritratto del nonno vestito da maresciallo della milizia, potrà costituire una condotta punibile con la galera e meritevole di essere addirittura inserito nei delitti contro la personalità dello (parola grossa se riferita al nostro) Stato.
Passiamo al secondo complemento oggetto: i contenuti propri del partito. Cosa sono, di grazia? La prima cosa che viene in mente al comune mortale (dopo il vivido ricordo della prosa sgangherata di Peppone, pazientemente corretta, per pietà cristiana, da Don Camillo), è “le idee tipiche del partito, le sue concezioni politiche”; questa interpretazione è però da respingere perché alle “ideologie” (espressione che corrisponde ai concetti su richiamati) si fa riferimento subito dopo. Se sintassi e grammatica hanno un senso e l’italiano non è un’opinione, l’apprendista legislatore ha pure previsto un “contenuto del partito”; dunque, a seconda dei gusti, il partito può essere, a scelta, una lattina, una vasca da bagno, una bacinella, una bottiglia, un bidet, una tanica o, per i più raffinati, una scarpetta femminile tacco dodici dove versare un po’ di champagne.
Bene, anzi benissimo.
Passiamo all’ultima combinazione tra complemento oggetto e di specificazione: “le immagini… delle relative ideologie” (del partito fascista e di quello nazionalsocialista).
Come si fa a dare l’immagine, in senso stretto, di una nozione astratta? Pare che qualcuno sia riuscito persino a fotografare i fantasmi, ma un’idea, un sentimento, una passione, una virtù finora nessuno è mai riuscito a ritrarla. Forse che l’onorevole Fiano, guardandosi allo specchio, abbia colto l’immagine dell’intelligenza e abbia ritenuto che anche l’ideologia ne possieda una? Dubitiamo fortemente della premessa maggiore di questo traballante sillogismo, ma in ogni caso si tratterebbe di un simbolo e, per la contraddizione (interpretativa) che non lo consente, visto che la “simbologia” è già richiamata in seguito, non resta che relegare anche quest’ulteriore ipotesi di condotta vietata nello sgabuzzino dello stupidario semantico.
Passiamo all’inciso successivo: “…anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità …
Queste ulteriori modalità di condotta si riferiscono al “propagandare” le immagini e i contenuti eccetera eccetera.
Perché “anche solo attraverso” ? La congiunzione “anche” era più che sufficiente ad esprimere un valore concessivo, analogico, aggiuntivo alla nozione (si fa per dire, vista la sua fumosità, incomprensibilità, inutilità, idiozia) che si richiama.  “Anche attraverso” non esprimeva forse lo stesso concetto?
Certamente sì, ma poiché questi somari dubitano del significato di quello che scrivono, visto che non lo capiscono bene neanche loro (pretendendo però che i destinatari dei loro strafalcioni lo comprendano), allora aggiungono delle parole inutili con cui pensano di rafforzare il valore dei loro ragli.
Compare, inoltre, un’altra contraddizione d’ordine semantico, che vale la pena sottolineare. Qui entra in gioco il predicato verbale : “propagandare”. L’espressione richiama l’idea di uno scopo, di una finalità, come osserva il vocabolario Treccani che lo definisce: “diffondere a fine di propaganda”.
Se, dunque, la portata della prima parte della norma pare, alla luce di questo significato, attenuata dalla necessità di una finalità “propagandistica” (delle ideologie fascista o nazionalsocialista), con l’esclusione della punibilità di coloro che “diffondono” semplicemente “immagini e contenuti” senza scopi di propaganda, ossia di raccolta del consenso (salvo poi capire come questa indagine sull’elemento piscologico potrà mai compiersi), questa interpretazione liberale viene immediatamente smentita dall’inciso che abbiamo iniziato prima a esaminare.
Infatti, la “propaganda” può anche (solo) realizzarsi con la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni, o anche col semplice “richiamo” alla simbologia. Il che sta a significare che si considera propaganda qualsiasi forma di diffusione, anche a fine di lucro, di oggetti riferiti all’ideologia fascista o nazionalsocialista, o la semplice esposizione (“richiamo”) dei relativi simboli.
Il bello è che questi manipolatori della lingua e dei suoi comuni significati – la loro propensione al controllo del linguaggio viene da lontano – avrebbero potuto usare, fin dall’inizio il verbo “diffondere”, ma l’hanno introdotto, sostantivandolo, successivamente come formula di chiusura volta ad allargare lo spettro delle condotte vietate.
Si inizia introducendo il verbo “propagandare” – espressione orribile, quindi adatta alla loro prosa scadente (riflesso di una povertà di pensieri), ma capace di esprimere un’idea di pericolo, di epidemia, di agguato e che parrebbe limitare il quadro a condotte finalisticamente orientate – ma si finisce poi per tradirne il concetto.
La destrutturazione del linguaggio e dei suoi comuni significati si accompagna ad un’ipocrita quanto schizofrenica tecnica di redazione. “Il legislatore è un cane!”, esclamava il mio compianto professore di procedura penale, uomo di sinistra ed eccellente, onesto, studioso di diritto, riferendosi alle norme emanate negli anni Ottanta e Novanta in occasione delle cosiddette legislazioni di emergenza. Quale animale potrebbe oggi rappresentare il livello di competenza tecnico-giuridica dei nostri legislattori comici?
Non sono però soltanto dei somari della lingua e del diritto. Sono pure dei guappi.  Sbattono i pugni sul tavolo, ringhiano e si fanno beffe, forti della propria arroganza – loro, i democratici, i difensori della costituzione – delle interpretazioni che la Corte costituzionale ha, da decenni, fornito alle norme sulla legge Scelba, precisando che qualsiasi atto di propaganda, apologia, gestualità, richiamo, esaltazione può trovare punizione solo se concretamente idoneo a ricostituire il disciolto partito fascista.
Soltanto in questo modo, ebbero a precisare i giudici costituzionali, seguiti poi dalla giurisprudenza di legittimità, quelle norme possono sopravvivere al confronto con le – gerarchicamente superiori – disposizioni della costituzione, che prevedono la più ampia libertà di pensiero e di manifestazione delle idee.
Questi somari prepotenti pretendono invece, introducendo nuove disposizioni di legge in contrasto con quell’autorevole interpretazione, visto che le hanno partorite loro, di passarla liscia, come se i principi di diritto emessi dalla Corte costituzionale in relazione alla legge Scelba – di cui la proposta di legge Fiano è una banale scopiazzatura – non possiedano un valore assoluto e non li riguardino. Infatti, sono dei guappi proprio per questo; fanno la voce grossa e credono che nei quartierini che bazzicano siano loro a comandare. L’antifascismo è “cosa loro”. Somari della lingua. E guappi del diritto.

di Gianni Correggiari
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https://www.riscossacristiana.it - 14 SETT 2017

16/09/17

In Europa oltre 50mila jihadisti pronti a colpire



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Due attacchi terroristici in Gran Bretagna e Francia rinnovano la  minaccia del terrorismo islamico in Europa.

Nella metropolitana della capitale britannica una vampata sprigionatasi “come una palla di fuoco” da un ordigno rudimentale collocato in un vagone ha provocato 29 feriti, nessuno grave grazie all’innesco anticipato del timer.  La premier Theresa May ha annunciato l’innalzamento dell’allerta nazionale da ‘severo’ a ‘critico’, il livello più alto, che presuppone nuove minacce “imminenti”, nonché l’avvio dell’operazione Tempora con l’affiancamento dei militari alla polizia nel pattugliamento di obiettivi sensibili, come già avviene in Italia o Francia.
Presa di mira dal terrorista (l’Isis ha rivendicato l’attentato), ancora ricercato, la linea verde della metropolitana (District Line), all’ altezza della stazione di Parsons Green. Site, l’organizzazione statunitense che monitora i messaggi in rete dei jihadisti, ha detto che la rivendicazione dell’Isis accredita la responsabilità a un “distaccamento”, invece che a “un soldato” singolo.
In Francia invece, sempre ieri mattina, due donne sono state ferite a colpi di martello per le strade di Chalon sur Saone da un uomo “vestito di nero” che “avrebbe urlato Allah Akbar”.
In Europa si cerca intanto di dare un ordine di grandezza alla minaccia terroristica islamica.  Circa 2.500 foreign fighters islamici provenienti dall’Europa stanno combattendo per l’Isis in Siria e in Iraq, ha detto il coordinatore dell’antiterrorismo di Bruxelles, Gilles de Kerchove, in un’intervista al giornale tedesco Die Welt.  “Molti moriranno in combattimento o saranno uccisi dallo Stato islamico, poichè l’organizzazione non tollera i disertori.

imagesCAXRB4Z8Altri si trasferiranno nelle aree di crisi di Somalia, Libia o Yemen”. Kerchove ha precisato che circa 5.000 europei sono andati a combattere per lo Stato islamico (altri su sino arruolati con milizie qaediste o salafite), tuttavia 1.500 sono tornati e quasi 1.000 sono morti.
Lo stesso de Kerchove teorizzò l’anno scorso al Parlamento europeo l’impossibilità di incarcerare tutti i miliziani e terroristi che rientrano in Europa affermando la necessità di “recuperarli alla società”, come cercano in modo quasi comico di fare alcuni Stati come Svezia e Danimarca che hanno pagato sussidi di disoccupazione e invalidità anche ai foreign fighters recatisi in Siria e Iraq o che finanziano loro gli studi universitari una volta rientrati in Europa.
Pochi giorni fa il coordinatore della Ue aveva stimato in oltre 50 mila i jihadisti pronti a colpire in Europa, quasi la metà in Gran Bretagna (dove solo 500 dei 3mila considerati molto pericolosi sono sotto costante sorveglianza da parte dei servizi di sicurezza interna MI5), 5mila in Spagna, 17 mila in Francia, 2.500 in Belgio.
La perdita di terreno in Iraq e Siria pone “un reale rischio” di vedere rafforzati da parte dell’Isis i finanziamenti per nuovi attacchi in Europa ha detto il 7 settembre il commissario alla Sicurezza Ue, Julian King, davanti alla commissione per le libertà civili dell’Europarlamento.
Nel momento in cui stiamo vincendo sul terreno contro l’Isis, in Iraq e Siria, stanno trasferendo fondi fuori da Iraq e Siria”, ha detto King. “C’è un reale rischio di nuovo afflusso di fondi destinati al terrorismo. Dobbiamo esserne coscienti e dobbiamo lavorare assieme per vedere il da farsi.
Un rapporto Onu nel mese di agosto ha spiegato come l’Isis stia continuando a inviare ‘rimesse’ all’estero – spesso si tratta di piccole somme, difficili da intercettare – nell’ottica di alimentare le campagne terroristiche fuori dai Paesi dove hanno perso il controllo territoriale.

imagesCAF1T04HUna dinamica confermata, ha fatto notare il commissario King, “dal ritmo accelerato degli attacchi in Europa”. Le fonti di finanziamento dell’organizzazione jihadista restano in buona parte i profitti dalla vendita di petrolio e le tasse imposte alla popolazione nelle aree sotto il suo controllo. Questo, malgrado il ridimensionamento territoriale del ‘Califfato” sia nell’ordine del 90% rispetto al periodo di massima espansione.
King però sembra dimenticare che le cellule terroristiche non hanno bisogno di molti denaro per organizzare attentati (quello di Barcellona è costato meno di 2mila euro) e l’Europa continua a sborsare generosi sussidi del proprio welfare.
Come ha ricordato Lorenza Formicola sul sito Formiche.net l’imam libico Abu Ramadan, aderente alla Fratellanza Musulmana, predica dal 18998 lo sterminio di tutti gli infedeli ma ha ricevuto in 20 anni più di 620.000 franchi (oltre mezzo milione di euro) dal welfare svizzero per lo più in sussidi di disoccupazione.
Alcuni membri del commando jihadista che attaccò Parigi avevano ricevuto oltre 50 mila euro di sussidi dal welfare belga così come Khuram Butt e altri terroristi jihadisti britannici, incluso Salman Abedi, il kamikaze di Manchester che ricevette migliaia di sterline solo per essersi iscritto all’Università.
Sami Abu-Yusu, imam Salafita della moschea al-Tawheed di Colonia, sostiene la legittimità degli stupri delle donne infedeli e il rogo per i gay ma vive col sussidio di disoccupazione gentilmente offerto dallo Stato tedesco.
Julian King nel suo rapporto non ha dimenticato la lotta virtuale ai jihadisti del web. Negli ultimi due anni Europol ha individuato “35mila elementi di contenuto terroristico online”. Una quota compresa fra l’80 e il 90% di questi è stata eliminata: si tratta di circa 30mila contenuti.

Foto: Reuters, AP e IS
16 settembre 2017 di in Analisi Sicurezza 

fonte: http://www.analisidifesa.it

15/09/17

L’amaro calice di Fiano


L’amaro calice di Fiano

A differenza di quanto successo in Germania, in Italia non c’è mai stata una vera pacificazione nazionale che potesse consegnare alla storia un pezzo della vicenda patria - quello mussoliniano - tanto ricco di luci quanto solcato da pesanti ombre. Dalla fine della Seconda guerra mondiale è stato un continuo di atti di violenza: si è partiti da quelli ben descritti da Giampaolo Pansa nell’ormai famoso libro “Il sangue dei vinti”, passando per l’abbattimento di ogni richiamo alla simbologia fascista sui palazzi, giungendo fino al negazionismo delle foibe, per poi proseguire con la sistematica opera di emarginazione politica e sociale di chi si rifaceva al Movimento Sociale Italiano.
Se non fosse stato per Giorgio Almirante, questa Repubblica fondata sulla libertà per quasi tutti avrebbe consegnato una intera comunità all’emarginazione se non proprio all’extra parlamentarismo. Fingiamo forse di non vedere, ma i piccoli atti di violenza quotidiani non sono stati certo meno fastidiosi della sopra descritta ghettizzazione di Stato: quanti nell’arte, nella cultura, nello spettacolo ma anche semplicemente sul posto di lavoro sono stati discriminati perché reputati fascisti? Quanti nella vita di tutti i giorni sono stati simbolicamente marchiati e poi guardati dall’alto in basso per un semplice atto di delazione magari di un collega che, non sapendo proprio come parlare male di te, tirava fuori (a volte anche a sproposito) le tue simpatie per la Buonanima?
Il metodo, tutt’oggi in voga e quanto mai efficace, sarà sublimato dalla cosiddetta Legge Fiano, provvedimento fascistissimo che mira a vietare con la galera non solo la detenzione di mezzibusti col mascellone ma anche ogni gestualità che richiami la simbologia fascista (chi non crede ai propri occhi può tranquillamente leggere il testo della norma in questione). In pratica una cancellazione ope legis di ogni simbolo o simpatia verso un ventennio della storia italiana che dopo circa settant’anni di violenze psicologiche nessuno è ancora riuscito ad estirpare del tutto. Una sorta di rieducazione di Stato, insomma, l’antico sogno della sinistra che da un lato tenta di plagiare le coscienze instaurando il pensiero unico e dall’altro non riesce a spiegarsi come mai i cannoni alleati e la storiografia di regime non abbiano annientato certe simpatie tanto diffuse quanto dure a morire. Con questo non ci faremo tirare dentro al classico discorso tutto italico tra fascisti e antifascisti perché sono passati settant’anni abbondanti ed è giunto il momento di piantarla con questa inutile baldoria permanente su un tema anacronistico oltre che tanto amato da chi perde tempo ad accapigliarsi sul nulla. Ciò che conta è il perché – oltre alla pochezza dell’odiatore professionista Fiano – qualcuno avverta l’urgenza di un simile provvedimento.
Noi crediamo si tratti di un fatto prettamente elettorale, di una manovra propagandistica messa in campo per arginare l’emorragia in atto alla sinistra del Pd e fare presa sul fluido mondo dei cosiddetti Movimenti che continuano a scivolare verso Pisapia e che coltivano l’antifascismo militante in assenza di fascismo. Una operazione spietata e moralmente inaccettabile quella di Emanuele Fiano, perché si pone l’obiettivo di creare il consenso attraverso la paura e l’introduzione di regole molto vaghe (e per questo interpretabili) in tema di reati di opinione: nascerà così una innovazione e cioè il reato “estetico” in base al quale se ti atteggi da “ventennino”, se sembri fascista o se scrivi cose interpretabili come fasciste, rischi la galera.
Per ora l’unico effetto è stato quello di accrescere le simpatie verso i vessati. Giungano pertanto i nostri più fervidi complimenti al primo firmatario della proposta, uomo col torcicollo che di fronte a una serie di pericoli, quelli sì pronti a minacciare la sicurezza nazionale, pensa bene di creare la terza legge contro il fascismo (dopo la Legge Scelba e la Legge Mancino) mostrandosi di per contro molto morbido e boldrinianamente comprensivo su altri temi di stretta attualità.
Nel centenario della nascita del comunismo, il più crudele dei totalitarismi, c’è qualcuno in Italia che pensa sia il caso di combattere contro i calendari del Duce e i bagnini esuberanti. Se questa è la nostra classe politica, l’Italia non ha alternative al declino.

Bande paramilitari di migranti pronte all’assalto



Bande paramilitari di migranti pronte all’assalto


“Gruppi di migranti nigeriani che in un primo momento collaboravano con le mafie per lo sfruttamento della prostituzione ed il traffico delle droghe, ora stanno organizzando bande paramilitari per controllare il territorio italiano”, a rivelarcelo un articolo del “Times” del 29 giugno 2017, a cui si sono aggiunte pubblicazioni del “The Guardian” dell’agosto scorso. Parlano di gang criminali nigeriane e centrafricane che operano in Italia, già soprannominate dall’intelligence britannica “I Vichinghi”: “I membri sono soliti portare il machete come arma - riferiscono le fonti britanniche - hanno prima controllato il traffico di esseri umani, ed oggi usano il capoluogo siciliano come punto d’approdo e smistamento in Italia per centinaia di migliaia d’immigrati clandestini”.
Secondo la stampa inglese il territorio italiano sarebbe ora a forte rischio di “tribalizzazione territoriale”, ovvero le bande di migranti potrebbero appropriarsi di aree e difenderle come usano fare nelle zone del centro Africa già attraversate da guerre civili e atavici conflitti tribali.
Rodolfo Ruperti, capo della polizia di Palermo, aveva dichiarato al Times che “la gang dei Vichinghi è sorta mentre la polizia sgominava l’organizzazione dell’Ascia Nera (struttura mafiosa nigeriana in Italia): quando elimini una gang, subito altre vengono a colmarne il vuoto”. Secondo le fonti britanniche si sarebbe ormai a cospetto di “organizzazioni molto gerarchiche, con capi presenti in ogni città”.
Il rischio secondo gli inglesi è che, messi alle strette (o progettando una supremazia sugli italiani) potrebbero anche armare i centri d’accoglienza, e coloro che vivono nei palazzi occupati, per fronteggiare le forze dell’ordine in eventuali focolai di guerriglia urbana: l’esempio dello sgombero nei pressi di Roma-Termini avrebbe potuto avere di queste conseguenze.
L’ulteriore restrizione dei flussi migratori verso la Gran Bretagna sarebbe stata operata dal governo di Londra dopo le relazioni dell’intelligence. Di più, il caso italiano sarebbe oggetto di studio e preoccupazione, al punto che Scotland Yard avrebbe consigliato maggiore controllo sui voli in entrata dall’Italia, e perquisizioni accurate sui vettori su rotaia e gomma che attraversano il canale. Dal canto loro i francesi hanno già in due occasioni fronteggiato gruppi paramilitari nelle banlieue parigine, ricorrendo all’esercito in supporto alla Gendarmerie.
Ma la politica italiana sarebbe quella di non allarmare la popolazione circa il rischio d’assalti da parte di gruppi “paramilitari extracomunitari”. Anche se bande sudamericane avrebbero già il controllo d’una decina di edifici a Milano e d’una zona non ben definita a Genova. Va rammentato che lungo l’Adriatico sarebbero già state segnalate bande di africani. Qualche funzionario di polizia ventila che ordini superiori avrebbero minimizzato il fenomeno, etichettandolo come ininfluente sotto il profilo dell’ordine pubblico. Evidentemente necessita attendere che si manifestino con i fatti, e cioè non basta qualche stupro o rapina per gridare al fenomeno diffuso.
Occorre che bande paramilitari di migranti assalgano aziende agricole e piccoli centri rurali, che s’approprino arma alla mano di pezzi del Paese... allora forse lo Stato democraticamente sonnacchioso si desterà, forse proponendo di dialogare con gli eventuali nemici. Il Papa ci dirà di perdonare loro ogni peccato, ma soprattutto qualcuno ci rammenterà che prima di tutto sono rifugiati politici.

13/09/17

PD E LA SCUOLA SFORNA SOMARI






La scuola è da sempre il mezzo primario per la manipolazione culturale e mentale.
Impadronirsi della mente dei bambini per formarli e condizionarli è nell’agenda del Sistema.
Abituare i futuri sudditi a eseguire gli ordini delle autorità attraverso l’esecuzione ripetuta negli anni degli ordini degli insegnanti.
Abituare i futuri sudditi alla sistematica gratificazione, all’assenza di regole e di confronti con la realtà quella vera.
Tutto questo sforna creature incapaci di auto-disciplina, completamente dipendenti e non in grado di organizzarsi nella vita.
Saranno degli adulti corrotti, dipendenti dall’esterno e facilmente manipolabili.
Nelle scuole l’insegnamento delle materie fondamentali è concepito in modo da prevenire il formarsi di una visione d’insieme (storia, economia, salute, scienza, ecc.), affinché le nuove generazioni non dubitino mai che il sistema di potere sia democratico e legittimo.
Ha perfettamente ragione il linguista statunitense Noam Chomsky quando scrive: «siccome nelle scuole non insegnano la verità circa il mondo, le scuole devono ricorrere a inculcare negli studenti propaganda circa la democrazia.
Se fossero realmente democratiche, non vi sarebbe bisogno di bombardarli con banalità circa la democrazia».
Quindi viene da sé che nella scuola NON possono insegnare la Verità, perché la Verità renderebbe gli uomini liberi, e gli uomini liberi sono un problema serio…
La nostra società deve comporsi non di uomini liberi, ma di una massa informe di lavoratori-consumatori-elettori non pensanti alla base e una strettissima cerchia superiore di dirigenti, figli di imprenditori, politici e banchieri.
Saranno questi ultimi che portati ad un livello di conoscenza privilegiato e superiore dirigeranno la società e manterranno il potere stabilito!
La propaganda di regime lavora alacremente affinché nei libri di scuola, nei sussidiari scolastici, siano riportate solamente le cose che loro vogliono che noi sappiamo.
Decreto Renzi
La conferma di quanto detto arriva con la «Buona Scuola».
Entra in vigore la riforma del grande statista Matteo Renzi.
Da quest’anno infatti alle elementari e alle medie i professori dovranno far avanzare gli studenti anche con gravi insufficienze.
Ecco la novità della straordinaria e illuminante riforma renziana, portata avanti con genialità dal ministro senza istruzione Valeria Fedeli.
Quindi dal 2017-2018 si è promossi per decreto! Ecco cosa recita il decreto: «le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione».
Tradotto: se l’alunno (magari straniero) ha numerose lacune e insufficienze questo non è un buon motivo per non passare dalla quinta elementare alla prima media.
Quindi il somaro (senza nessuna offesa per questo stupendo animale) sarà promosso ugualmente, e per decreto!
Stessa cosa per le medie, dove per bocciare qualcuno non solo ci dovranno essere «gravi infrazioni disciplinari», ma anche una deliberata e adeguata motivazione.
Il decreto sforna-somari è un altro passaggio eccezionale per il Sistema.
Prepara e sforna sudditi perfetti: giovani privi di identità, senza un pensiero proprio e autonomo facilmente manipolabili.
In questo modo saranno avvantaggiati tutti i fannulloni autoctoni (che sono tanti) e gli extracomunitari che arriveranno a milioni grazie a politiche demenziali e scriteriate (Ius Soli*) di un governo illegittimo.
Cosa può chiedere di meglio una dittatura se non una sostituzione etnica, con creazione di un meticciato, privo di identità, privo di valori, privo di storia e cultura?
Il gregge perfetto di sudditi consumatori non-pensanti facilmente manipolabile…

* Lo Ius Soli permetterà e agevolerà l’invasione del suolo italiano da parte di milioni di individui. Milioni di immigrati provenienti da paesi non solo lontani geograficamente ma lontani anni luce dalla nostra cultura, storia e religione. Tale sostituzione etnica è un processo sociale e antropologico incarnato nel Pd che vuole realizzare prima possibile. Prima che la gente si svegli e li cancelli dalla storia della Repubblica italiana.

Marcello Pamio - 1 settembre 2017  


Londra, Parigi e l’Onu boicottano l’intesa tra Italia e Libia

Libia COAST GUARD AFP

(da Libero Quotidiano del 10 settembre 2017)
Aumentano le pressioni sul governo italiano dopo il “congelamento” dei flussi migratori illegali dalla Libia.
Denunce di Ong e reportage giornalistici hanno ricordato negli ultimi giorni le pessime condizioni in cui vengono trattenuti migliaia di immigrati illegali africani bloccati dalla Guardia Costiera libica mentre cercavano di raggiungere l’Italia. Condizioni non certo nuove a già denunciate dai media italiani e internazionali fin dal 2012, poco dopo la guerra civile che rovesciò e uccise di Muammar Gheddafi.
Ieri il Corriere della Sera ha citato fonti libiche che confermano il versamento di 5 milioni di euro alla milizia di Sabratha che fa capo ad Ahmad Dabbashi con il supporto del governo riconosciuto guidato da Fayez a-Sarraj.


sarraj-minniti-2Denaro sborsato affinché le milizie blocchino i flussi di migranti dalle spiagge più utilizzate dai trafficanti. Nei fatti poco di nuovo rispetto a quanto già raccontato a fine agosto dalle agenzie Reuters e AP secondo le quali Roma ha fornito a due milizie di Sabratha (Brigata 48 e al-Ammu) denaro (equipaggiamenti, imbarcazioni e stipendi secondo fonti libiche) per far bloccare i flussi migratori illegali.
Le due brigate, come tante altre in Libia, sono però inquadrate nel ministero della Difesa e degli Interni del governo di al-Sarraj riconosciuto dalla comunità internazionale. Sono quindi ufficialmente forze di polizia e militari nel caotico contesto libico in cui il governo di Tripoli non dispone di vere forze di sicurezza e si appoggia quindi sulle milizie che lo riconoscono, anche se dedite ad attività non troppo limpide.
Fermare i traffici che dal 2013 hanno portato in Italia 650 mila immigrati illegali era da tempo una priorità per la sicurezza e gli interessi nazionali. Per bloccarli o si rafforza la Guardia Costiera libica e si negozia (anche pagando) con le milizie filogovernative libiche oppure si vara un’operazione militare per riprendere la nostra “quarta sponda”. Poiché nessuno vuole un’avventura militare, a Roma non resta che negoziare con chi detiene il controllo del territorio lungo a rotta dei migranti illegali: al-Sarraj, le milizie della costa, sindaci e capi tribù del Fezzan.


(FILES) This file photo taken on November 05, 2016 shows migrants and refugees on a rubber boat waiting to be evacuated during a rescue operation by the crew of the Topaz Responder, a rescue ship run by Maltese NGO "Moas" and the Red Cross, on November 5, 2016 off the coast of Libya. Italian Foreign Minister Angelino Alfano on April 29, 2017 said he "agreed 100 percent" with a prosecutor Carmelo Zuccaro who has repeatedly suggested charity boats rescuing migrants in the Mediterranean are colluding with traffickers in Libya. / AFP PHOTO / ANDREAS SOLAROTra l’altro pagare milizie e Guardia costiera ci costerà molta meno che gestire l’accoglienza dei migranti arricchendo la variegata lobby dell’accoglienza.
Non a caso il successo dell’iniziativa di Minniti sta scatenando ostilità manifeste in Italia, negli organismi internazionali, tra le Ong e le potenze europee.
Secondo Arabi 21, sito della Arab Thought Foundation (organizzazione no-profit finanziata dall’Arabia Saudita), diplomatici e 007 britannici e francesi avrebbero incontrato segretamente i capi delle milizie libiche di Sabrata, a ovest di Tripoli, esprimendo critiche al metodo adottato dall’Italia per fermare i flussi migratori.
I britannici avrebbero espresso “insoddisfazione” per la gestione italiana del dossier immigrazione e da parte francese sarebbe stato chiesto informalmente di trasferire a Sabrata quasi 15.000 migranti provenienti dall’Africa occidentale, evidentemente destinati a imbarcarsi per l’Italia.
Il sito saudita cita fonti anonime ma, dopo la guerra contro Gheddafi del 2011 voluta dagli anglo-franco-americani proprio per sottrarre la Libia all’influenza italiana, non stupisce che i nostri “partner” giochino sporco per metterci in ginocchio con nuove ondate di migranti e per mettere le mani sul business dell’ENI in Tripolitania.


2016-02-17_Lesbos_Patrol_067.prop_1200x720.e62cead289Anche l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, il principe giordano Zeid Raad al-Hussein, ha accusato la Ue (che appoggia l’iniziativa l’italiana) di non combattere gli abusi subiti dai migranti in Libia.
Il responsabile Onu ha denunciato le atrocità commesse sottolineando che “migranti muoiono per sete, fame o malattia, sono torturati e picchiati a morte mentre lavorano come schiavi e vengono semplicemente uccisi”.
La Libia però non è in Europa ed è paradossale che al-Hussein se la prenda con la Ue e non con le stesse Nazioni Unite di cui è un alto esponente e che dovrebbero intervenire in Libia dove peraltro hanno una missione la cui base resta però in Tunisia, “per motivi di sicurezza”.
L’Italia del resto ha appena donato 28 milioni di euro alle missioni in Libia di Unhcr e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) per assistere i migranti e rimpatriarli (l’OIM ne ha riportati a casa 10 mila quest’anno). Solo così si scongiureranno altro partenze di massa dal Sahel e migliaia di morti nel deserto o in mare, non certo riaprendo la rotta verso l’Italia.

11 settembre 2017 di
Foto: AFP, Ansa, Askanews e Frontex
fonte: http://www.analisidifesa.it

Il barcone della morte, ovvero la nave fantasma



Renzi spese decine di milioni per recuperarne il relitto e identificarne i passeggeri morti a centinaia. Doveva diventare un monumento-shock a Milano. Di più: a Bruxelles. Che fine ha fatto quel peschereccio?

nave migranti ansa


Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Sei lapidi sottili, bianche e sbilenche, ficcate l’una accanto all’altra nella terra arsa dal sole nel cimitero di Siracusa. E, sopra le lapidi, da una parte un numero e dall’altra una scritta nera e mesta: «Immigrato sconosciuto, deceduto nel Canale di Sicilia il 18-4-2015». Questo è tutto quello che resta dell’“Operazione barcone della morte”: il peschereccio affondato nella primavera di due anni fa 70 miglia a nord di Tripoli con il suo carico imprecisato d’immigrati (c’è chi dice fossero 700, chi 900) e recuperato a metà del 2016. Nei piani di Matteo Renzi, quella del barcone della morte avrebbe dovuto essere la sua iniziativa forse più clamorosa ed eroica. Già pochi giorni dopo l’affondamento, l’ex presidente del Consiglio aveva ideato e lanciato l’ambiziosissimo progetto di farne riaffiorare il relitto per trasformarlo nel simbolo europeo del disastro migratorio; poi Renzi aveva preteso che fossero individuate geneticamente le tante, povere vittime per metterne le spoglie a disposizione dei parenti. Oggi le sei lapidi di Siracusa incorniciano l’ultimo fallimento del segretario del Partito democratico, mentre su quel che resta del barcone della morte grava un mistero profondo come il mare. Non si sa dove sia finito il peschereccio: chissà, forse è ancora nella base di Melilli, vicino ad Augusta, dove nel luglio 2016 era stato portato con religioso impegno dagli uomini della Marina militare dopo un immenso lavoro. Di certo il barcone non è a Milano, dove in un primo momento pareva fosse destinato; né si trova a Bruxelles, dove voleva esporlo il segretario-premier. Non si sa nemmeno dove siano finiti i corpi dei poveri migranti, né del resto ancora oggi si sa bene quanti fossero. Di certo sei di loro sono sotto la terra del camposanto di Siracusa e altri sono stati distribuiti nei cimiteri della Sicilia e della Calabria: tutti sono stati inevitabilmente sepolti in tombe anonime, forse addirittura in fosse comuni. Ma se davvero è così, a che cosa è servito prelevare da quei cadaveri il Dna?
L’unica certezza che resta, oggi, è che il disastro dell’aprile 2015 è stato il peggiore tra i tanti avvenuti nel Mediterraneo da quando è partita la disperata corsa dei migranti dall’Africa all’Europa. E per dirla con Carlo Giovanardi, il senatore di Idea che per oltre un anno è stato il grande critico dell’Operazione barcone della morte, inizia legittimamente a farsi strada il sospetto che su quei morti si sia esercitata soltanto una cinica propaganda politica: «È stato un costoso spot, tutto qui», sentenzia, ruvido, l’ex ministro berlusconiano.


cimitero-migranti


Oggi nessun grande giornale pare accorgersi del fallimento, forse per non contraddire la grancassa battuta lungo tutto il 2016. Sembrano essersi volatilizzati artisti, sindaci, politici: eppure, per lunghi mesi, tante voci si erano alzate per plaudire all’iniziativa del recupero e per lanciare proposte sul da farsi con il relitto color azzurro e vinaccia, rugginoso e scassato. Il regista messicano Alejandro Iñárritu, vincitore di quattro premi Oscar, voleva coinvolgere addirittura papa Francesco per piazzare il barcone in piazza del Duomo, a Milano. Il sindaco della città, Giuseppe Sala, avrebbe preferito farne un museo: «Sarebbe un luogo di visita e di educazione, e un grandissimo messaggio». Ora tacciono tutti, chissà perché.

Il costo del ripescaggio
Renzi, come sempre, era stato il più assertivo. In un’intervista al Corriere della Sera, tre mesi prima della sonora sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale, il premier aveva dichiarato baldanzoso di voler innalzare il barcone davanti alla nuova sede del Consiglio d’Europa a Bruxelles: «Così, tutte le volte che c’è una riunione – aveva spiegato, polemico – invece che guardare solo i divani nuovi si guarderà l’immagine di quel barcone e dello scandalo di una migrazione».
Per tirare su lo scafo con il suo carico di affogati nella stiva, nella primavera del 2016 la Marina militare aveva spedito quattro navi e un piccolo esercito di tecnici. Ma la manovra era apparsa subito difficilissima. Il relitto in legno da un anno giaceva a 370 metri di profondità, incagliato e ormai infradiciato. Un primo tentativo di riemersione era andato male, e il peschereccio si era nuovamente inabissato. Era stata allora coinvolta un’azienda privata, la stessa che nel 2013 aveva risollevato la Costa Concordia incagliata all’Isola del Giglio, che con tecnologie raffinate era riuscita nell’impresa. Il costo totale, a quel punto, era già di 10,5 milioni di euro.
Trascinato su un grosso pontone mobile fino alla base militare di Melilli, collocato sotto un tendone refrigerato che in teoria avrebbe dovuto evitare la decomposizione dei cadaveri, il barcone della morte era finalmente pronto per l’operazione recupero dei corpi. La loro estrazione dalla stiva è iniziata nel luglio 2016, ma è stata così sconvolgente e disperante che molti dei 150 uomini coinvolti, tra Vigili del fuoco e Croce rossa, hanno dovuto ricorrere ad assistenza psicologica.

Il «groviglio» dei corpi
Dotati di attrezzature inadeguate (tute in tela, talvolta di carta, e mascherine improvvisate), i volontari sono penetrati nel relitto e in un mostruoso girone dantesco: tronchi, arti, ossa e teschi e liquami in putrefazione, esseri umani ridotti in uno stato abominevole e non più distinguibili l’uno dall’altro. Libero Costantino Saporito, sindacalista dei Vigili del fuoco, ha descritto così quell’inferno: «C’erano centinaia di corpi rimasti più di un anno sul fondo marino e chiusi in una stiva che poteva contenerne al massimo 40. Donne, bambini, neonati, anziani: tutti erano uniti in un unico, impressionante groviglio». Paolo Quattropani, l’ispettore dei Vigili del fuoco che ha coordinato le squadre che si sono calate nella stiva, ha aggiunto: «Non immaginavamo ci fossero tutti quei corpi. Erano tantissimi, intrecciati tra di loro, masse informi. Abbiamo potuto riconoscere le donne solo grazie ai collant che indossavano. Un orrore».
Per settimane i resti dei migranti, così tra loro fusi e confusi, sono stati estratti dalla stiva e suddivisi pietosamente (ma in buona misura anche casualmente) in un numero imprecisato di sacchi neri: all’inizio si è parlato di 458 body bag, poi di 476, infine di 675. Mentre ancora quel lavoro impossibile avanzava, nel luglio di un anno fa il governo Renzi aveva deciso di sottoporre quei resti indistinti all’esame del Dna, per «definire nazionalità e identità di ciascuno». Il 14 luglio 2016 il prefetto di Siracusa, Armando Gradone, aveva annunciato che l’operazione, coordinata dalla patologa forense Cristina Cattaneo, sarebbe stata affidata a 13 diverse università e che sarebbe costata circa 9,5 milioni di euro.

Una fila di tombe rimaste anonime
Cattaneo, tra i migliori tecnici della materia e passata agli onori delle cronache per avere isolato il Dna di Massimo Bossetti nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, aveva spiegato che con quella cifra sarebbe stato creato anche un nuovo archivio di dati genetici, affidato alla gestione del commissario per le persone scomparse: «Nascerà una banca dati dei migranti non identificati», aveva detto. L’obiettivo, teorico e ambizioso, era estrarre materiale utile per rispondere alle richieste eventualmente provenienti dai paesi d’origine dei migranti, partendo proprio dai 700-900 del barcone della morte. Se il familiare di una persona scomparsa nel Mediterraneo chiederà notizie del suo congiunto, la banca dati potrebbe forse fornirle. A oggi, però, non è dato sapere che cosa sia accaduto nemmeno per quanto riguarda i cadaveri del barcone: non si sa quante siano state finora le richieste in questo senso, né se siano mai arrivate. Né si può valutare quanto sia verosimile che quelle richieste possano pervenire da paesi in guerra, o nei quali una moderna genetica praticamente non esiste.
L’ultimo capitolo di questa storiaccia è poi il più misterioso e sconfortante. Perché un consigliere comunale di Siracusa, Salvo Sorbello, ha scoperto che alcuni dei morti del barcone sono stati seppelliti in modo anonimo. È stato proprio Sorbello a scattare la foto delle sei lapidi sbilenche nell’assolato cimitero della sua città che compare in queste pagine, e sempre Sorbello è riuscito a scoprire, investigando su e giù per gli uffici comunali, che quei corpi sono stati seppelliti il 3 febbraio 2016, cioè cinque mesi prima che nella base di Melilli partisse l’operazione Dna. Possibile? «Ma allora a che cosa è servito tutto questo lavoro?», si domanda. «E che cosa si poteva fare con gli oltre 20 milioni di euro, spesi inutilmente dal governo Renzi?».

CRONOLOGIA della tragedia e «dello scandalo»

18 aprile 2015
Un peschereccio somalo affonda a 70 chilometri dalla costa libica. A bordo c’è un numero imprecisato d’immigrati in viaggio verso l’Italia, da 700 a 900. I superstiti sono solo 28.

Ottobre-novembre 2015
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi lancia l’operazione di recupero del “barcone della morte” per dare sepoltura ai morti e per fare del relitto un simbolo del dramma dell’immigrazione.

27 aprile 2016
La Marina militare avvia l’operazione recupero del barcone, adagiato sul fondo a 370 metri, ma il primo tentativo fallisce. Alle quattro navi militari viene affiancata un’azienda privata. Il costo dell’impresa sale a circa 12 milioni di euro.

1 luglio 2016
Il “barcone della morte” arriva nella base di Augusta (Siracusa), presso il Pontile Melilli. L’indomani iniziano le drammatiche operazioni recupero delle spoglie dei migranti. Dalla stiva verranno estratte 458 body bag, contenenti resti umani; 36 sacche di liquami; 7 sacchi con indumenti ed effetti personali.

14 luglio 2016
Il prefetto di Siracusa, Armando Gradone, annuncia che dei corpi estratti dalla nave sarà individuato il Dna per metterlo a disposizione dei familiari delle vittime. L’operazione Dna, affidata a esperti di varie università, prevede un costo di altri 9,5 milioni di euro.

29 luglio 2016
II sindaco di Milano, Giuseppe Sala, lancia l’idea di esporre il relitto del peschereccio al museo del Cimitero maggiore.

18 settembre 2016
Renzi propone di mettere il “barcone della morte” davanti alla nuova sede del Consiglio d’Europa a Bruxelles: «Almeno, tutte le volte che c’è una riunione, invece che guardare solo i divani nuovi, si guarderà l’immagine di quel barcone e dello scandalo di una migrazione».

settembre 13, 2017 Maurizio Tortorella
 
fonte: http://www.tempi.it 

11/09/17

Europa: I jihadisti sfruttano i benefit sociali

 
  • Pur incassando il denaro dei contribuenti svizzeri, Abu Ramadan, un noto salafita, ha invocato l'introduzione della legge della sharia in Svizzera, esortando i musulmani a non integrarsi nella società elvetica. Ha anche detto che i musulmani che commettono reati in Svizzera non dovrebbero essere soggetti alle leggi elvetiche.
  • "Questo scandalo è talmente grosso che si fa fatica a crederci. Gli imam che predicano l'odio nei confronti dei cristiani e degli ebrei e coloro che criticano la depravazione dell'Occidente ottengono l'asilo e vivono comodamente di prestazioni sociali come rifugiati. Tutto questo con la complicità di vili e incompetenti autorità che danno carta bianca a subalterni ingenui e compiacenti del sistema di accoglienza e assistenza per migranti." – Adrian Amstutz, parlamentare svizzero.
  • I funzionari comunali di Lund proseguono imperterriti e hanno lanciato un progetto pilota volto a fornire ai jihadisti svedesi di ritorno dalla Siria alloggio, impiego, istruzione e altri aiuti finanziari – tutto grazie ai contribuenti svedesi.
Secondo l'emittente pubblica radiotelevisiva svizzera SRF, un imam libico che ha esortato Allah a "distruggere" tutti i non musulmani ha ricevuto più di 600mila dollari sotto forma di benefit sociali e sussidi.
Abu Ramadan è arrivato in Svizzera nel 1998 e ha ottenuto asilo politico nel 2004 dopo aver dichiarato di essere perseguitato dal governo libico per la sua affiliazione ai Fratelli musulmani. Da allora, secondo SRF, l'imam ha incassato 600mila franchi svizzeri di aiuti sociali.
Anche se Ramadan vive in Svizzera da quasi venti anni, parla a malapena francese e tedesco e non ha mai avuto un lavoro stabile. L'uomo, 64 anni, presto avrà diritto a percepire una pensione statale elvetica.
Pur incassando il denaro dei contribuenti svizzeri, Abu Ramadan, un noto salafita, ha invocato l'introduzione della legge della sharia in Svizzera, esortando i musulmani a non integrarsi nella società elvetica. Ha anche detto che i musulmani che commettono reati in Svizzera non dovrebbero essere soggetti alle leggi elvetiche. In un sermone pronunciato di recente in una moschea nei pressi di Berna, Ramadan ha detto:
"Oh Allah, ti prego di distruggere i nemici della nostra religione, distruggi gli ebrei, i cristiani, gli induisti, i russi e gli sciiti. Dio, ti chiedo di distruggerli tutti e di restituire all'Islam la sua antica gloria".
Saïda Keller-Messahli, un'attivista per i diritti umani svizzero-tunisina, ha dichiarato che Ramadan è pericoloso a causa della sua opposizione all'integrazione musulmana: "Si tratta di qualcuno che non invoca direttamente il jihad, ma crea il terreno fertile per esso".
Adrian Amstutz, un deputato federale, ha accusato il multiculturalismo elvetico di essere la causa di questa situazione:
"Questo scandalo è talmente grosso che si fa fatica a crederci. Gli imam che predicano l'odio nei confronti dei cristiani e degli ebrei e coloro che criticano la depravazione dell'Occidente ottengono l'asilo e vivono comodamente di prestazioni sociali come rifugiati. Tutto questo con la complicità di vili e incompetenti autorità che danno carta bianca a subalterni ingenui e compiacenti del sistema di accoglienza e assistenza per migranti".
Beat Feurer, un consigliere comunale di Biel, la città tedesca in cui vive da venti anni Ramadan, ha invitato le autorità tedesche ad aprire un'indagine: "Personalmente, penso che tali persone non abbiano niente da fare qui. Dovrebbero essere espulse".
Lo scandalo Ramadan non è un caso a sé stante, è un fenomeno a cui si assiste in altri paesi europei, dove migliaia di jihadisti più o meno violenti potrebbero utilizzare i sussidi statali per finanziare le loro attività. Una guida per jihadisti presenti in Occidente – dal titolo "Come sopravvivere in Occidente" – diffusa dallo Stato islamico nel 2015 raccomandava loro: "Se riuscite a beneficiare di sussidi extra, fatelo".
In Austria, più di una dozzina di jihadisti hanno incassato prestazioni sociali per finanziare i loro viaggi in Siria. Tra questi, Mirsad Omerovic, 32 anni, un predicatore islamico estremista che secondo la polizia ha raccolto centinaia di migliaia di euro per la guerra in Siria. Omerovic, padre di sei figli che vive esclusivamente di sussidi erogati dallo Stato austriaco, ha beneficiato di sussidi supplementari per congedo di paternità.
In Belgio, alcuni dei jihadisti autori degli attacchi di Bruxelles e Parigi, in cui nel 2015 e nel 2016 sono morte 162 persone, hanno ricevuto più di 50mila euro (59mila dollari) sotto forma di prestazioni sociali, che hanno usato per finanziare i loro piani terroristici. Fred Cauderlier, un portavoce del primo ministro belga, ha difeso i sussidi sociali dicendo: "Questa è una democrazia. Non abbiamo strumenti per controllare come le persone spendono le somme loro elargite".
Secondo il Ministero della Giustizia, soltanto nel Brabante fiammingo e a Bruxelles, decine di jihadisti che hanno combattuto in Siria hanno ricevuto almeno 123.898 euro (150.000 dollari) di prestazioni indebite.
In precedenza, il quotidiano fiammingo De Standaard aveva scritto che 29 jihadisti di Anversa e Vilvoorde hanno continuato a percepire sussidi di mille euro al mese (1.200 dollari) dopo essersi recati in Siria e Iraq a combattere per lo Stato islamico. Il sindaco di Anversa, Bart de Wever ha dichiarato: "Sarebbe ingiusto se queste persone beneficiassero dei programmi sociali e utilizzassero, ad esempio, le loro indennità di disoccupazione per finanziare la loro lotta in Siria".
Nel febbraio scorso, l'Istituto nazionale per l'occupazione (RVA) ha rivelato che 16 jihadisti che avevano fatto ritorno in Belgio dopo essersi recati a combattere in Siria ricevevano assegni di disoccupazione. Il portavoce dell'RVA, Wouter Langeraert, ha detto:
"Noi viviamo in uno Stato costituzionale. Non tutti i combattenti siriani che sono rientrati si trovano in prigione. Alcuni soddisfano tutti i requisiti giuridici; non sono tutti in prigione, si sono di nuovo registrati nel loro Comune, sono in cerca di lavoro etc.".
In Gran Bretagna, i contribuenti hanno finanziato Khuram Butt, il leader del commando terrorista che ha colpito il London Bridge e il Borough Market, in cui hanno perso la vita otto persone e 48 sono rimaste ferite.
Salman Abedi, l'attentatore suicida di Manchester, ha usato i prestiti e gli aiuti agli studenti sovvenzionati dai contribuenti per finanziare il suo piano terroristico. Abedi ha ricevuto almeno 7.000 sterline (7.000 dollari) dalla Student Loans Company dopo essersi iscritto al corso di laurea in Economia aziendale alla Salford University nell'ottobre 2015. Si ritiene che abbia ricevuto altre 7.000 sterline durante l'anno accademico 2016, anche se allora aveva già mollato la facoltà. Pare anche che Abedi abbia ricevuto un'indennità di alloggio e un sostegno al reddito di importo equivalente fino a 250 sterline a settimana.
David Videcette, un ex detective della polizia di Manchester che ha partecipato alle indagini sugli attentati terroristici del 7 luglio 2005 a Londra, parlando del sistema dei prestiti per studenti ha detto:
"È un modo semplice per un terrorista per finanziare le sue attività a spese del contribuente. Tutto quello che deve fare è iscriversi all'università e poi sparire. Spesso non hanno alcuna intenzione di comparire".
Il professor Anthony Glees, direttore del Centre for Security and Intelligence Studies della Buckingham University, ha affermato: "Il sistema britannico rende i fondi facilmente accessibili agli studenti jihadisti senza effettuare alcun genere di controllo. Occorre avviare un'indagine su questo".
Invece, Shahan Choudhury, un jihadista di 30 anni originario del Bangladesh che si è radicalizzato in una prigione inglese, ha usato i sussidi sociali erogati dal governo per portare la sua famiglia, compresi tre figli piccoli, in Siria, per unirsi allo Stato islamico. Secondo la padrona di casa, la famigliola è sparita di notte, lasciando tutte le proprie cose nell'appartamento dell'East London.
Nel 2015, è emerso che tre sorelle di Bradford che si erano recate in Siria ricevevano ancora delle indennità. Khadija, 30 anni, Zohra, 33, e la 34enne Sugra Dawood che hanno portato con loro i nove figli hanno utilizzato gli aiuti al reddito e gli sgravi fiscali per la prole per finanziare il loro viaggio.
Più di recente, un Freedom of Information Request ha rivelato che Anjem Choudary, un islamista che sta scontando una condanna di 5 anni e mezzo per la sua attività di sostegno all'Isis, ha ricevuto più di 140mila sterline (180mila dollari) di assistenza legale finanziata con il denaro dei contribuenti per il suo fallito piano di evitare la prigione. La cifra è destinata a lievitare dal momento che i suoi legali continuano a presentare ricorsi. Questo padre di cinque figli ha preteso fino a 500mila sterline (640mila dollari) di benefit sociali, da lui definiti come una "indennità per il reclutamento per il jihad".
Choudary ritiene che i musulmani abbiano diritto ai sussidi sociali perché sono una forma di jizya, una tassa imposta ai non musulmani per rammentare loro che sono sempre inferiori e sottomessi ai musulmani.

Anjem Choudary, un islamista britannico che sta scontando una pena detentiva per la sua attività di sostegno all'Isis, ritiene che i musulmani abbiano diritto ai sussidi sociali perché sono una forma di jizya, una tassa imposta ai non musulmani per rammentare loro che sono sempre inferiori e sottomessi ai musulmani. ha incassato fino a 500mila sterline (640mila dollari) di benefit sociali, da lui definiti come una "indennità per il reclutamento per il jihad". (Fonte dell'immagine: Oli Scarff/Getty Images)


I media britannici hanno riportato che prima del suo arresto Choudary incassava più di 25mila sterline (32mila dollari) l'anno di benefit sociali. Tra l'altro, il predicatore radicale percepiva 15.600 sterline l'anno di indennità di alloggio per mantenerlo in una casa da 320.000 sterline a Leytonstone, nell'East London. Ha inoltre beneficiato di una detrazione fiscale di 1.820 sterline, di un sostegno al reddito pari a 5.200 sterline e ha percepito assegni familiari per l'importo di 3.120 sterline. Non essendo i benefit sociali sottoposti a tassazione, il suo reddito corrispondeva a uno stipendio di 32.500 sterline (42mila dollari). A titolo di raffronto, nel 2016 le retribuzioni medie annue dei lavoratori a tempo pieno in Gran Bretagna erano di 28.200 sterline (36.500 dollari).
Altri esempi di abusi del sistema assistenziale da parte dei jihadisti, possono essere visionati qui.
In Danimarca, secondo quanto riferito dal Servizio di sicurezza e di intelligence (PET), i jihadisti troppo malati per lavorare ma abbastanza sani per combattere per lo Stato islamico hanno beneficiato di sussidi di invalidità, prestazioni di malattia e assegni di pensione anticipata erogati dallo Stato danese.
In passato, un documento prodotto dal Ministero del Lavoro aveva rivelato che più di 30 jihadisti danesi hanno continuato a percepire benefit sociali, pari a 672mila corone danesi (92mila dollari), anche dopo essersi uniti allo Stato islamico in Siria.
Il ministro del Lavoro Troels Lund Poulsen ha dichiarato:
"È del tutto inaccettabile ed è vergognoso. Deve essere fermato. Se ci si reca in Siria per partecipare al jihad, per diventare un guerriero dell'Isis, allora ovviamente non si dovrebbe avere alcun diritto a ricevere benefit dal governo danese".
In Francia, il governo ha tagliato le prestazioni sociali a circa 300 individui identificati come jihadisti. La Francia è il più grande esportatore di combattenti stranieri in Iraq e Siria, con più di 900 jihadisti che si trovano all'estero.
In Germania, Anis Amri, un tunisino di 23 anni, autore dell'attacco letale al mercatino di Natale a Berlino, ha utilizzato diverse identità per incassare illegalmente i sussidi sociali. Sembrerebbe che le autorità tedesche fossero a conoscenza della frode, ma non sono intervenute.
Invece, un jihadista residente a Wolfsburg, che ha portato la moglie e due figli piccoli in Siria, ha continuato a ricevere prestazioni sociali dallo Stato, pari a decine di migliaia di euro, per un intero anno dopo aver lasciato la Germania. Le autorità locali hanno detto che la legge tedesca sulla privacy impedisce loro di sapere quali famiglie abbiano lasciato il paese.
Complessivamente, è stato rilevato che più del 20 per cento dei jihadisti tedeschi che combattono in Siria e in Iraq percepiva benefit sociali da parte dello Stato; e dopo il loro rientro in Germania, i jihadisti potranno ricominciare a ricevere assegni assistenziali. Il ministro degli Interni del land della Baviera, Joachim Hermann, ha dichiarato:
"Non saremmo mai dovuti arrivare a questo. Il denaro dei contribuenti tedeschi non avrebbe mai dovuto finanziare direttamente o indirettamente il terrorismo islamista. I sussidi di questi parassiti terroristi dovevano essere tagliati subito. Non lavorare e diffondere il terrore a spese dello Stato tedesco non è solo estremamente pericoloso, è anche la peggior provocazione e infamia!"
Nei Paesi Bassi, il governo ha interrotto l'erogazione di sussidi a decine di jihadisti. Un combattente olandese di nome Khalid Abdurahman è apparso in un video di YouTube con cinque teste mozzate. Originario dell'Iraq, l'uomo ha vissuto per oltre dieci anni grazie al welfare, prima di unirsi allo Stato Islamico in Siria. I servizi sociali olandesi lo hanno dichiarato non idoneo al lavoro e i contribuenti gli hanno pagato i farmaci per il trattamento della claustrofobia e della schizofrenia.
La legge per tagliare i benefit sociali ai jihadisti non si estende ai prestiti per gli studenti: il vicepremier Lodewijk Asscher ha detto che un divieto del genere sarebbe controproducente perché renderebbe più difficile il reintegro dei jihadisti.
In Spagna, Saib Lachhab, un jihadista marocchino di 41 anni residente nella città basca di Vitoria, ha accumulato 9mila euro (11mila dollari) di sussidi per finanziare il suo piano di unirsi allo Stato islamico in Siria. Ogni mese, l'uomo riceveva 625 euro (750 dollari) dal governo centrale e 250 euro (300 dollari) dal governo basco. Percepiva inoltre 900 euro (1.075 dollari) al mese di assegni di disoccupazione.
Samir Mahdjoub, un jihadista algerino di 44 anni residente nella città basca di Bilbao, ha ricevuto 650 euro (780 dollari) al mese di sussidi pubblici e 250 euro (300 dollari) di sostegno all'alloggio. Redouan Bensbih, un jihadista marocchino di 26 anni residente nella città basca di Barakaldo, ha incassato 836 euro (mille dollari) di sussidi sociali al mese dopo essere stato ucciso su un campo di battaglia siriano. La polizia ha infine arrestato nei Paesi Baschi cinque musulmani che intercettavano i pagamenti e li dirottavano in Marocco. Le autorità basche hanno detto che gli aiuti continuavano ad essere erogati perché non era stata loro notificata la morte dell'uomo.
Ahmed Bourguerba, un jihadista algerino di 31 anni residente a Bilbao, ha percepito 625 euro (750 dollari) al mese di benefit sociali e 250 euro (300 dollari) di sostegno all'alloggio fino a quando non è finito in prigione per reati di terrorismo. Mehdi Kacem, un jihadista marocchino di 26 anni residente nella città basca di San Sebastian, ha incassato 800 euro (950 dollari) al mese di sussidi fino a quando non è stato arrestato per appartenenza allo Stato islamico.
In passato, una coppia pakistana residente a Vitoria era stata accusata di aver falsificato documenti di identità per ottenere in modo fraudolento benefit sociali per dieci persone inesistenti. La polizia ha detto che i due hanno frodato il governo basco di più di 395mila euro (475mila dollari) nell'arco di tre anni.
In Svezia, secondo un rapporto elaborato dal Collegio nazionale di Difesa, 300 cittadini svedesi hanno continuato a ricevere aiuti sociali anche dopo aver lasciato il paese per andare a combattere in Siria per l'Isis. Nella maggior parte dei casi, i jihadisti hanno usato amici e familiari per gestire le pratiche, creando l'illusione che loro fossero ancora in Svezia.
Il convertito musulmano Michael Skråmo, ad esempio, ha incassato più di 50mila corone svedesi (5mila dollari) di benefit sociali dopo essersi recato in Siria con la moglie e i quattro figli. E questo, fino a un anno dopo che aveva lasciato Göteborg.
Magnus Ranstorp, uno degli autori del report, ha chiosato che i sussidi sociali evidenziano la debolezza dei meccanismi di controllo svedesi:
"Per qualche tempo, Michael Skråmo è stato uno dei più noti simpatizzanti dell'Isis. La polizia dovrebbe essere in grado in qualche modo di lanciare l'allarme e informare tutte le autorità quando qualcuno si è recato laggiù".
Nel frattempo, l'Arbetsförmedlingen, l'agenzia governativa svedese per l'impiego, ha interrotto un progetto pilota finalizzato ad aiutare i migranti a trovare lavoro dopo aver scoperto che i dipendenti musulmani dell'agenzia assumevano i jihadisti svedesi. Operativi dello Stato islamico avrebbero corrotto – e in alcuni casi minacciato – i dipendenti dell'agenzia nel tentativo di reclutare combattenti dalla Svezia.
Ma i funzionari comunali di Lund proseguono imperterriti e hanno lanciato un progetto pilota volto a fornire ai jihadisti svedesi di ritorno dalla Siria alloggio, impiego, istruzione e altri aiuti finanziari – tutto grazie ai contribuenti svedesi.

Soeren Kern è senior fellow al Gatestone Institute di New York.
fonte: https://it.gatestoneinstitute.org