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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

20/10/17

Mattarella e la paura della verità

Che cos’è questa storia della “promulgazione con lettera” che Mattarella ha fatto del codice antimafia?
E’ una brutta storia. Che ha tutto il sapore di un’incapacità di fare quel che si deve quando ci si trova di fronte al tabù dell’”antimafia devozionale e forsennata” e colora di assurdo e di cinismo una funzione che dovrebbe essere di supremo presidio della libertà, dei diritti delle vite dei cittadini.
E’ inutile ripetere quello che, è stato scritto non solo da noi, fino a poco tempo fa sparuti allarmisti delle malefatte dell’antimafia, sulle pericolose e rovinose baggianate di questo cosiddetto codice.
Quello che nessuno ha osato dire in questa occasione e che l’inconsueto e grottesco procedimento di “promulgazione” (quasi) condizionato da parte del Capo dello Stato ha confermato, è che ogni forma di discussione riserva, opposizione alle frenetiche pretese della parte più becera e dissennata del Partito dei Magistrati sono avvenute e avvengono sotto il segno della paura. Della paura di essere classificati come conniventi della mafia e dei corrotti, di cadere sotto i colpi di più o meno fantasiose imputazioni (caso Giovanardi) di ostacolare la “lotta” al male assoluto delle cosche, di essere dichiarati “incandidabili” (e “invotabili” a candidatura avvenuta) dalle demenziali omelie della congregazione di Rosy Bindi.
Il Presidente Mattarella con la sua innovativa procedura della “promulgazione quasi condizionata”, dà sostanzialmente atto delle gravi incongruenze, delle violazioni non solo delle normative comunitarie del codice antimafia.
Ammette, sostanzialmente, che sia, comunque, uno strumento pericoloso e letale. Ma invita nientemeno che un Gentiloni a non abusare di quell’abuso dei principi del diritto. Come il Governatore spagnolo di Milano di manzoniana memoria sembra voler dire “adelante, Pedro, con juicio!”. E questo gli basta per mettersi a posto la coscienza nel consegnare ad una magistratura, per almeno parte della quale, che è più direttamente interessato (fino ad oggi) all’uso di quello strumento, esso è addirittura troppo poco forcaiolo e devastante.
Ma il punto più grave della lettera di Mattarella, in cui, ci spiace dover dire ciò del Capo dello Stato cui dobbiamo, ratione muneris, reverenza e fiducia, affiora qualcosa che è difficile non accostare all’ipocrisia ed al cinismo.
E là dove invita il Governo a “monitorare” il funzionamento della legge.
Provatela, sembra dire, tanto, al più potrà rovinare qualche altra impresa, disonorare qualche altro cittadino, mettere sul lastrico altri operai e dipendenti di imprese devastate.
Una prova “in corpore vili” il corpo di questa povera nostra Nazione, quello di altre sue provincie e regioni.
E, poi chi dovrebbe fare il monitoraggio?
Rosy Bindi con i suoi confratelli? E chi dovrebbe rispondere se non i magistrati, e, soprattutto quegli energumeni togali per i quali quel cosiddetto codice è ancora troppo poco? E chi oserà parlare se il Presidente della Repubblica ha parlato a metà?
E, poi, questa trovata della “promulgazione con lettera di ammonizione” è, in realtà un favore fatto ad un Governo alle prese con una reazione imprevista della pubblica opinione, della stampa, della stessa parte ragionevole della magistratura.
C’è , dunque la “lettera di riserva e di ammonizione” del Presidente. L’invito, se c’è tale invito, ad “andarci piano” (a chi? a Di Matteo? A Gratteri?). State quindi tranquilli non arriveranno a toccare anche voi. Non fatene una tragedia. State tranquilli e tirate a campare.
Ed intanto già tutti stiamo subendo i danni, magari solo quelli indiretti del fanatismo antimafia. Ed aspettiamo il peggio.
A meno che…
                              
 Mauro Mellini - 18.10.2017

PD e Bankitalia: sceneggiata per non pagare il conto

Che cos’è questa bagarre per Bankitalia?
Il P.D. pensa davvero, senza nemmeno informare il SUO Governo (questa, poi!!!) di poter chiedere conto a Visco, senza aspettare l’esito del lavoro della Commissione d’Inchiesta, di non aver vigilato su Banca Etruria (come dire sullo stesso P.D.) e sulle altre Banche e Banchette, procurando la rovina dei risparmiatori? E perché proprio oggi?
Io di banche me ne intendo poco assai. Finché posso, cioè fino alla scadenza delle imposte, giro alla larga. Sono un analfabeta dell’economia, ma, come diceva il “fornaciaro” di Gioachino Belli “le raggione le capisco ar paro – de chiunque sa intenne la raggione”. E’ capisco quello che è sotto gli occhi di tutti, anche se non degli specialisti, dei giornalisti e dei babbei che vorrebbero sapere a tutti i costi chi sa quale mistero “c’è dietro”. E, intanto, se la prendono dove non s’ha da dire.
Cominciamo dall’ultimo interrogativo. Perché adesso?
E’ fin troppo chiaro: anticipare la vacanza a Via Nazionale è l’unico modo perché il nuovo Presidente possa essere disarcionato mentre Governo e maggioranza sono ancora del P.D. A primavera le elezioni, pur con quel pochissimo di democrazia che resta nel nostro Paese, scacceranno il P.D. da Palazzo Chigi e lo manderanno in minoranza a Montecitorio ed a Palazzo Madama. E’ vero che il Governatore di Bankitalia non lo nominano né il Governo né il Parlamento. Ma nessuno mi venga a dire che la nomina non è fortissimamente condizionata da quelli là. “Ora o non più” è la formula di Renzi per non perdere certe posizioni di potere (e di controllo delle sue malefatte). E mettere, magari, i bastoni tra le ruote di chi verrà.
Secondo punto. Renzi vuole “tagliare l’erba sotto i piedi” ai Cinquestelluti e al Centrodestra. Farsi lui paladino della rabbia della gente anche e soprattutto, di quella contro il suo operato e le magagne dei suoi, quelle di Banca Etruria e delle altre banche del sistema del credito clientelare. Prendere ancora una volta per i fondelli gli Italiani più tartassati da lui e dai suoi, dire “ci pensiamo noi”. Fare i conti, invece che con l’oste, con i compagni di bevute.
Terzo punto: Renzi vuole distrarre la gente da altre questioni che incombono sul P.D. in piena crisi. Anzitutto dalle elezioni siciliane, dal loro esito catastrofico per il P.D. La questione Bankitalia andrà per le lunghe, molto oltre il 5 novembre, quando il P.D., a Palermo, sarà sfrattato, con il suo ancorché ambiguo “rivoluzionario” Crocetta dal Palazzo d’Orleans. E’ meglio che si riparli d’altro, che si continui per un bel po’ a parlare d’altro.
Quarto punto: Renzi cerca di convincere qualcuno (i cretini, diceva Sciascia, sono tanti) che se la sua Banca, le banche del suo sistema di credito clientelare, se il P.D. l’hanno fatta grossa ed hanno rovinato tanta gente, la colpa è di quel Visco che non le ha “vigilate” a dovere e che lui lo sculaccia. Fa come certi minorenni un po’ delinquenti che prima sfuggono ad ogni controllo, respingono ogni regola e predica dei genitori, e poi, quando li arrestano dicono che sono vittime di una incapacità dei genitori di vigilare su di loro, di fare il loro dovere.
Quinto punto: per Renzi è meglio che si parli del credito facile delle banche del Centronord che del credito difficile, dei rubinetti chiusi di quelle di Sicilia e del Sud a causa della legislazione antimafia. Della quale legislazione proprio ora ha messo nelle mani irresponsabili di molti magistrati fanatici e delle loro consorterie dell’Antimafia mafiosa il famigerato “codice”. Preferisce addirittura che si parli di Banca Etruria che degli stessi ammonimenti della grottesca lettera accompagnatoria delle promulgazioni di quel codice inviatagli da Napolitano.
Meglio, infatti, non inimicarsi i magistrati, dei quali i politici, specie quelli sulla via del tramonto, temono il giusto e, soprattutto l’ingiusto e baggiano attivismo. Quindi rispetto alle esigenze di occuparsi della vera, grande, devastante crisi del credito che l’antimafia provoca in intere Regioni, con ripercussioni su tutta l’intera economia nazionale “resistere, resistere, resistere”, come diceva accoratamente Borrelli. Parlando d’altro. Resistere contro la ragione. Resistere, magari, non per eroismo, seppure caparbio, ma per paura.
Anche la “questione Bankitalia”, la “questione Visco”, sono gestite sotto l’incombere della paura. I malfattori, anche quelli tracotanti e spietati, sono vili.

Mauro Mellini - 19.10.2017

19/10/17

Il vizio di nascondere la polvere sotto il tappeto "La Appendino indagata e quei sindaci a 5 Stelle con il vizio del falso"



Falso ideologico in atto pubblico. Nel mondo reale è un reato grave. In quello a Cinque Stelle dovrebbe essere addirittura gravissimo. 


Ma ormai la morale dei grillini è sartoriale, veste perfettamente tutte le esigenze giudiziarie dei suoi rappresentanti. Erano nati giustizialisti e ora sono diventati giustificazionisti, sempre pronti a inventare scuse per coprire le magagne dei loro sindaci. Ultima la prima cittadina di Torino Chiara Appendino. E non è un caso. Non può esserlo più. Non è il politico sfortunato che ha avuto un incidente di percorso. Semmai volendo essere buoni è il politico incapace che combina guai e non conosce la grammatica delle istituzioni. Chiara Appendino sembrava la secchiona e Virginia Raggi la ripetente da mandare a ripetizione. In realtà sono due facce della stessa medaglia. La Raggi è travolta dal suo immobilismo, l'Appendino al contrario dal suo attivismo e dalle decisioni scellerate della sua giunta. A Torino il grillismo si svela in tutta la sua visione ideologica. A partire dalle varie ossessioni friendly: dalle raccomandazioni agli albergatori di rispettare le regole halal per essere muslim friendly al menù vegetariano nelle mense scolastiche per avere una città vegan friendly. Gli unici che non sono friendly devono essere i torinesi, specialmente quei millecinquecento che sono stati calpestati la scorsa estate durante la finale di Champions League. Un bollettino di guerra - con un morto - che sarebbe stato facilmente evitabile e per il quale il comune è sotto processo. La giunta torinese sembra invece piuttosto friendly coi No Tav e i No Global che hanno scorrazzato a Venaria, in occasione del G7, menando poliziotti e decapitando i manichini di Renzi e Poletti. Appena è stato arrestato il capo dei violenti dai banchi della giunta a Cinque Stelle si è chiesto di liberarlo. In questo caso sono passati direttamente dal giustizialismo all'ingiustizialismo. Per non parlare della recente pioggia di multe che la sindaca pentastellata ha precipitato sui suoi concittadini: 42 milioni di euro in cartelle esattoriali. E anche in quel caso sapete cosa ha detto? Che era colpa della amministrazione precedente. Così come in questo caso avrebbe sbianchettato il debito da 5 milioni (contratto da altri) e ora misteriosamente scomparso dal bilancio del Comune. Nascosto sotto il tappeto. Ed è un po' la morale della politica grillina per come la abbiamo conosciuta fino a oggi: quando non riescono ad applicare il loro libro dei sogni alla realtà cambiano le carte in tavola. O nascondono la polvere - o i debiti - sotto il tappeto.

- Mer, 18/10/2017  

fonte:  http://www.ilgiornale.it

18/10/17

Obbligo di svolta a destra





Smettiamola di giocare ai quattro cantoni e chiederci tra Grillo, Renzi, Berlusconi e Salvini come andrà a finire. Proviamo a capire quel che succederà in Italia partendo da quel che sta succedendo in Europa.
Perché noi saremo diversi, avremo pure la nostra anomalia, semo i peggio e i meio der monno, tutto quel che vi pare. Ma alcune linee di fondo e alcuni temi salienti tengono banco in Europa dall’ovest all’est, senza scampo per nessuno.
I partiti storici sono ovunque in gravi difficoltà, la sinistra e il centro che si giocavano la partita canonica, devono constatare ovunque che la partita si gioca ormai a tre, e il terzo incomodo è quel che di solito si chiama populismo; e a partire dalla sinistra, i partitoni si frantumano o sono scavalcati a sinistra, oltre che a destra. Non è dunque solo una nostra una patologia dalemica o renzofoba.
Tutto questo non risponde a qualche misteriosa evoluzione ideologica dei partiti, ma a quei temi cruciali, a partire dal disagio per i massicci arrivi dei migranti per finire agli assetti dirigistici dell’eurofinanza, che stanno ridisegnando la geografia dei consensi e dei dissensi.
Quasi ovunque cresce una forza populista, a volte nazionale a volte no, che viene bollata a priori come estremista e xenofoba, ma che è semplicemente fuori dal Duetto dell’Establishment a cui eravamo abituati.
Questa forza arriva a superare il 20 per cento dell’elettorato, nonostante abbia tutti i poteri e i media contro; talvolta sfiora la maggioranza ma c’è sempre qualcosa che ne impedisce la vittoria. Forze che un tempo si sarebbero dette di destra governano  nell’est europeo, ma nel cuore dell’Europa, dopo l’esperienza berlusconiana che era comunque condominiale, no.
In compenso chi vince deve virare a destra, come ha dovuto fare la Merkel sul tema migranti, la May sul tema brexit e ora Kurz in Austria che ha vinto sterzando a destra e probabilmente alleandosi ai liberali, più a destra di lui. La valanga populista viene arginata solo da moderati che svoltano o aprono a destra.
E la sinistra? Sta perdendo dappertutto, in nessun grande paese europeo è al governo, ad eccezione dell’Italia. Noi che fummo i primi ad avere un governo di centro-destra aperto anche alla destra nazionale e alla lega radicale, siamo gli ultimi ad avere ancora una sinistra al governo.
In termini di consenso ogni paese ha una sua storia e una sua situazione, ma il dato che accomuna nord e sud europa, est ed ovest, è che la sinistra sia essa liberal che radical, socialdemocratica o laburista, socialista e comunista, è in netta minoranza, non raggiunge nemmeno il 30% dell’elettorato.
Un dato vistosamente confermato dal Paese-guida del mondo, gli Stati Uniti.
Tutto questo mentre l’orientamento delle società è nelle mani di un ceto dirigente – intellettuale, giudiziario, mediatico e perfino finanziario – decisamente inclinato a sinistra. Vige il politicamente corretto, che ora si aggrappa pure alla tonaca del Papa, e dopo aver intimato per anni alla Chiesa di non ingerirsi nelle faccende pubbliche, si scopre ora clericale e papista, e chiede al Papa di dare la linea sui temi sociali, l’accoglienza, l’uguaglianza.
Allora, come finirà la partita in Italia?
La vera incognita è il movimento 5stelle, irriducibile ai due schieramenti e potenziale primo partito in Italia, salvo tranelli della legge elettorale e forzosi tentativi di riportare il paese a un artificioso bipolarismo.
L’establishment continua a tifare per un Berlusconi che sia la gigantografia d’Alfano e appoggi Renzi, Gentiloni o chi per loro. La platea, invece, dice al medesimo che se va con Salvini e Meloni vince la partita; ma ancora non sappiamo se poi i numeri daranno una maggioranza per governare oppure no.
Il rischio è che Berlusconi prima segua il richiamo della foresta popolare, e poi – se non ha i numeri per governare con i suoi alleati – riprenda a trescare con Renzi e rifare la quadriglia con la sinistra: change la dame…
Il caso austriaco, ultimo in ordine di tempo, mostra una cosa che vale per tutta Europa: se vige la scomunica per la destra populista, non c’è governabilità ma al più governo di solidarietà tra centro e sinistra, se invece il centro può allearsi alla destra, può governare.
Insomma obbligo di svolta a destra, ritorcendo loro quel che fino a ieri ci dicevano: “l’Europa ce lo chiede”. Si, è in gioco il principio elementare di autoconservazione di una civiltà in pericolo, la tutela dei popoli e delle nazioni, il rispetto delle sovranità e dei confini.
Mettere in salvo l’Europa, quella vera, non degli assetti contabili e delle oligarchie, ma degli europei viventi, in carne e ossa, in spirito e identità. L’Europa ce lo chiede.

MV, Il Tempo 18 ottobre 2017

16/10/17

Austria, vince la destra forte ma non estremista. Un messaggio per Salvini


1494921986920_1494922076.jpg--austria__verso_le_elezioni_anticipate_a_ottobre__e_favorito_l_fp__di_stracheEbbene sì, esiste un’altra Europa, ben diversa da quella di Macron e molto lontana dagli interessi di Bruxelles. Ed è un’Europa che ieri si è manifestata con forza in Austria.  In testa arriva il Partito popolare del giovane prodigio Kurz ma con un risultato un po’ inferiore rispetto ai pronostici, al 31%. L’Fpöe di Strache ottiene un risultato storico, al 27%, in crescita di sei punti percentuali. Tiene meglio del previsto la sinistra moderata dell’Spoe, che  giunge terza per un soffio (26.4%).
Il dato fondamentale, però, è che il democristiano Kurz ha vinto cavalcando i temi della destra di Strache, in particolare sugli immigrati e che anche la Spd ha dovuto cambiare un po’ rotta, diventando meno “buonista”. Il senso complessivo del voto in Austria è evidente: il Paese, in coro, si oppone a un’immigrazione fuori controllo, denuncia le ambiguità dell’Unione europea in materia e, almeno i Popolari e l’Fpöe, si dimostrano ostili a ulteriori integrazioni comunitarie, non solo in ambito migratorio. E’ un voto tendenzialmente sovranista e identitario che potrebbe allontanare Vienna da Bruxelles e avvicinarla all’Ungheria di Orban e in genere al quartetto di Visegrad.
Ed è, evidentemente, un segnale d’avvertimento per l’élite europeista, strettamente correlata a quella globalista, che negli ultimi mesi – dopo le sconfitte rappresentate dalla Brexit e dal ciclone, effimero, di Trump – si era illusa, grazie al trionfo di Macron, di aver spezzato l'”onda populista”. Il risultato austriaco dimostra che il malessere di molti europei non è affatto risolto, anche perché arriva a pochi giorni dal successo dell’Ad e dei liberali in Germania. Quella era un’avvisaglia, sottovalutata dalla maggior parte degli osservatori; questa di Vienna è una scossa di maggiore intensità.
A quanto si legge sulla stampa austriaca, sono possibili due coalizioni, Fpöe-Popolari o Fpöe-socialdemocratici, a meno che Kurz – sospettato di essere un Macron di destra sotto mentite spoglie e dunque di perseguire, a urne chiuse, politiche diverse da quelle annunciate in campagna  – non riabbracci la sinistra, contro ogni pronostico. Sarebbe la soluzione più impopolare, ma non può essere esclusa, magari dietro alle pressioni dell’establishment europeo. Vedremo.
La Germania della Merkel esce indebolita, e dunque anche la Francia di Macron. Berlino più Vienna:  le forze sovraniste rialzano la testa e  i due voti dimostrano che i tentativi di etichettarle come populiste non bastano a fermarle.
Accadrà lo stesso in Italia? Il Belpaese non è l’Austria ma questo voto rinforza il vento della destra. Il messaggio per Salvini è chiaro. Il Partito popolare, considerato moderato,  ha dovuto darsi un’identità marcata per risalire; mentre l’Fpöe oggi non può più essere liquidato come un partito estremista, impresentabile, perché ha saputo darsi una linea e dei toni da forte partito conservatore. Entrambi i partiti convergono nella stessa direzione politica, quella in cui sta andando il leader della Lega dall’inizio dell’estate, peraltro con un certo successo. Anche in Italia gli elettori cercano un leader giovane in cui credere, deciso ma affidabile,  che sappia capire le loro paure e offrire nuove speranze. Salvini saprà essere all’altezza?
Anche il messaggio per Berlusconi è chiaro: un elettorato disincantato e preoccupato non apprezza le alchimie e le ambiguità. Vuole una rotta chiara e una leadership su cui costruire il futuro. Vuole l’unione delle forze. Il Cavaliere avrà la forza di andare fino in fondo per il bene del Paese?
Quella che si profila è un’occasione per il centrodestra italiano. Riuscirà a coglierla?

da Il Cuore Del Mondo .... il blog di Marcello Foa