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Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

19/09/17

La democrazia radical chic e la loro par condicio


La democrazia radical chic e la loro par condicio


La scenetta televisiva che qualche sera fa ha coinvolto Nicola Porro, ospite di Corrado Formigli a “Piazza Pulita” su La7, non è altro che la conferma di come il mondo della sinistra radical chic intenda la democrazia. Oltretutto, di situazioni analoghe di qui al voto, quando sarà, ne vedremo tante, perché l’informazione, dalla Rai a La7 fino a Sky, in barba alla par condicio, è schierata contro il centrodestra.
Del resto è diventata prassi nei talk-show invitare tre o quattro personaggi di cui, quasi sempre, uno solo è orientato diversamente dal centrosinistra. Non è casuale e, anche se non c’è un protocollo scritto nel mondo dell’informazione non solo televisiva, fanno così di continuo: uno del centrodestra contro tutti gli altri radical chic. Lo fanno, praticamente, da sempre. Perché storicamente il mondo della cultura, dello spettacolo, del giornalismo, sta a sinistra. Ovviamente, non è un caso che sia così, come non è un caso che la corrente maggioritaria in magistratura sia quella di sinistra, al pari della scuola e dell’università.
Insomma, in Italia la gran parte del mondo che può orientare l’opinione pubblica, determinare fatti politici, influenzare il pensiero della gente, è, sostanzialmente, schierata a sinistra. Sia chiaro, nulla di abusivo, anzi, si tratta di un lungo percorso studiato a tavolino che nasce da lontano e in qualche modo coincide con l’essenza cattocomunista della nostra Costituzione. In fondo, dalla nascita della Repubblica in poi, la storia è stata scritta a sinistra, raccontata a sinistra, per non parlare di quello che è successo dal 1968 in avanti nella società. Nella stessa magistratura, a pensarci bene, ci si accorge che, forse, non fu per caso che Palmiro Togliatti nel 1946, volle fermamente il ministero di Grazia e Giustizia.
Insomma, l’Italia è cresciuta per decenni nella morsa culturale cattocomunista. Fra Dc e Pci c’è stata una sorta di spartizione delle aree d’influenza politiche, culturali, economiche e sociali. Con la caduta del comunismo e del muro di Berlino si è compiuta poi la più scaltra operazione di sincretismo possibile. Due posizioni solo apparentemente antagoniste, democristiana e comunista, si sono andate progressivamente fondendo in un solo partito, una sola area di riferimento, una sola riva di pensiero, quella radical chic. I comunisti dovevano scrollarsi di dosso la catastrofe dell’Est, i democristiani quella di una gestione della cosa pubblica opaca, obliqua, affaristica.
Ecco perché assieme a Tangentopoli nasce in Italia un apparentemente nuovo modello di centrosinistra, di cattocomunismo, di progressismo radical chic in grado di permeare ogni ganglio del sistema. Informazione, giornali, scuola, università, sindacato, grandi imprese pubbliche e private, burocrazia e quant’altro, tutto orientato e schierato contro il centrodestra. Un fronte compatto che, in nome di una falsa democrazia, della superiorità morale, di una pseudo libertà di pensiero, si è sempre scagliato con una veemenza inaudita contro chiunque non la pensasse così. I radical chic, infatti, non avendo argomenti, con arroganza e prepotenza si rifugiano sempre nell’offesa e nell’insulto dell’altrui pensiero. Da quando poi l’invenzione geniale di Silvio Berlusconi portò il centrodestra alla vittoria contro la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, apriti cielo.
Nell’armamentario dei radical chic sono rientrati, a tutta voce, il pericolo fascista, razzista, illiberale, estremista di destra, pericolo democratico, insomma l’olio di ricino dietro l’angolo. In buona sostanza, da quando nel Paese si è affacciata l’ipotesi che un’altra democrazia fosse possibile, liberale, laica repubblicana, democratica e alternativa, è partito l’appello a sotterrarla e soffocarla. È come se, in un ordine non scritto ma compiuto, fosse scattato l’incipit a togliere voce, spazio, tribuna a tutto ciò che non fosse in linea con il radical chic pensiero. Tivù, grandi testate, conferenze, salotti, tutti ad avventarsi contro chi non fosse allineato. È il loro modo di essere democratici, di predicare la libertà e il primato del diritto, dare del fascista, del manganellatore, dell’estremista pericoloso a chiunque non sia in sintonia con la rive gauche.
Ecco perché a Nicola Porro è capitato quel che abbiamo visto, né più né meno di quello che succede nella stragrande parte dei talk-show, alla faccia della par condicio e della pari dignità democratica. Ecco perché bisogna tenere alta e ferma la voce e il pensiero di centrodestra senza timori e senza titubanze, ovunque. Ecco perché non bisogna demordere nell’affermare sempre che la democrazia si chiama così anche quando non sta a sinistra e che forse la vera minaccia viene proprio dal pensiero unico radical chic che non accetta antagonismi. Ecco perché la prossima sarà una lunga campagna elettorale dove i cattocomunisti non daranno spazio e tregua, ma in fondo per i liberali e i democratici veri è proprio questo il sale della libertà e della democrazia.

17/09/17

“IO, STRANIERO D’ITALIA, CONTRO LO IUS SOLI”






Paolo Diop è un ragazzo di ventinove anni di origine africana. Nato in Senegal, è emigrato in Italia con la famiglia quando aveva appena due mesi. Vive a Macerata, dove studia giurisprudenza e lavora in una multinazionale. Ha la cittadinanza italiana ed è innamorato del Belpaese.
Sarebbe un perfetto testimonial dello Ius soli. Un bellimbusto dalla pelle nera, da dare in pasto all’opinione pubblica in una eventuale pubblicità progresso di partito per promuovere la controversa legge in discussione in Senato.
Sarebbe, se non fosse che Paolo è invece energicamente contrario allo Ius soli, anche alla versione cosiddetta “temperata”. Lui la cittadinanza italiana l’ha presa a ventidue anni, cioè in ritardo rispetto a quando gli sarebbe spettata. Con la legge attuale, infatti, si può fare la richiesta al compimento della maggiore età, a patto che si sia vissuti in Italia legalmente e ininterrottamente. Per Paolo, tuttavia, l’italianità è appartenenza culturale e non iter burocratico, come spiega in un’intervista a In Terris.
Perché è contro lo Ius soli?
Perché ritengo che la legge attuale sia ottima e che non ci sia bisogno di sostituirla con un’altra. Con la legislazione vigente la persona straniera ha modo di potersi integrare veramente, di guardare alla cittadinanza come al compimento di un percorso culturale. Invece con lo Ius soli si renderebbe tutto talmente più facile e scontato da svuotare di senso l’appartenenza alla comunità nazionale.
Eppure i fautori di questa legge sostengono che favorisca l’integrazione…
La mia esperienza personale dimostra che l’integrazione sia una realtà alla portata di noi emigrati già oggi. Ma di situazioni analoghe alla mia ce ne sono innumerevoli in tutta Italia: tempo fa i giornali si sono occupati di un ragazzo indiano entrato nell’Arma dei Carabinieri. La sua storia testimonia che in questo Paese chi merita e chi davvero ha il desiderio di integrarsi può farlo.
Lei parla di merito. Crede che lo Ius soli svilisca questo concetto?
Lo Ius soli si pone in contraddizione con la meritocrazia. Mi spiego: se un ragazzo d’origine straniera e nato in Italia acquisisce automaticamente la cittadinanza, non si sente più in dovere di affrontare un percorso culturale per raggiungere la piena appartenenza nazionale. La sua unica cultura rimarrebbe quella tramandata dai propri genitori. E, nel caso di famiglie radicali islamiche, si tratta di una cultura estranea all’Italia. Se passa lo Ius soli, tra dieci o quindici anni sarebbe pieno di ragazzi di seconda o terza generazione con cittadinanza italiana ma cultura non italiana.
E questo può anche favorire l’adesione ad idee fondamentaliste e al terrorismo?
Certamente. Basti pensare che molti dei terroristi che hanno compiuto attentati in Europa sono ragazzi di seconda generazione, evidentemente rimasti legati soltanto alla propria cultura d’origine. Oggi in Italia, grazie alla legislazione attuale, è possibile espellere i soggetti pericolosi. Se questi avessero avuto la cittadinanza, non sarebbe stato possibile.
Ma la legge attuale, basata sullo Ius sanguinis, è migliorabile?
Come ho già detto, è un’ottima legge. Ma io la renderei ancora più restrittiva: al termine del percorso dei diciotto anni per i nati in Italia, metterei un esame di Stato per verificare la loro reale adesione alla cultura italiana. Inoltre valuterei in maniera ancora più rigida il percorso storico giudiziario del ragazzo: bisogna stare attenti a dare la nazionalità a chi ha già commesso reati, perché – ripeto – poi un domani non potrebbe più essere espulso.
Insieme allo Ius soli la legge in discussione introdurrebbe lo Ius culturae, cioè la cittadinanza ai minori nati in Italia o arrivati qui prima dei 12 anni che abbiano frequentato un corso di cinque anni di scuola. Che ne pensa?
Lo Ius culturae è una formula accettabile, ma non nei termini previsti dalla legge in questione. Anche qui, manca un esame di Stato che attesti l’effettiva appartenenza alla cultura italiana. Aver studiato in Italia, di per sé non è una garanzia di italianità.
Ritieni che lo Ius soli possa minare l’unità familiare di nuclei stranieri che vivono in Italia?
Si verrebbero a creare dei paradossi per cui i figli avrebbero la cittadinanza italiana e i genitori no. Così si distorce il diritto di famiglia e laddove si mina l’unità familiare si creano degli insipidi culturali che disgregano la società.
Che effetto le fa vedere suoi coetanei, magari di origine africana come lei, scendere in strada per reclamare lo Ius soli?
Credo che  soffrano di sudditanza psicologica.
In che senso?
Nel senso che la discriminazione avviene solo nelle loro teste. In Italia non ho mai riscontrato alcun problema, questo è un Paese tollerante che accoglie e rispetta tutti. Non capisco perché si consideri l’acquisizione della cittadinanza un “diritto divino”. La cittadinanza è il compimento di un percorso. E poi ritengo che questi ragazzi siano pure strumentalizzati.
Da chi?
Le dico francamente: credo che dietro questa legge ci sia una manovra di opportunismo politico. La sinistra spinge per lo Ius soli per crearsi un bacino di voti da parte dei cosiddetti “nuovi italiani”. Niente di più di un mero voto di scambio.
Ti imbarazza che tra i contrari allo Ius soli ci sia anche chi usa argomentazioni razziste? Penso all’uso del termine ‘negro’ per identificare gli africani…
Se vengo chiamato negro, personalmente non mi offendo. Sono di “razza” negroide e ne sono orgoglioso. Poi, ovviamente, il discorso cambia se oltre al termine negro, a seguire vengono aggiunte delle ingiurie. Ma posso dire che si tratta di situazioni molto rare. Più che razzismo, si riscontra patriottismo da parte di chi è contro lo Ius soli.
Lo Ius soli per ora è un capitolo chiuso. Ma Gentiloni ha affermato che si farà entro l’autunno, magari con la fiducia…
E io mi unirò a quanti andranno in piazza per esprimere il proprio dissenso. Lo Ius soli è una minaccia nei confronti della cultura di provenienza e di quella di acquisizione. Se passa questa legge, tra vent’anni ci troveremo con un immenso numero di ragazzi disgregati, consumatori perfetti di una società senza identità.


Somari della lingua, guappi del diritto



Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

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Questo il testo licenziato dalla Camera dei Deputati. Come insegnano nella facoltà di Giurisprudenza fin dal primo anno di corso, quando si studiano i principi generali del diritto, la prima regola d’interpretazione della norma è l’analisi del significato letterale delle parole che la compongono.
Dunque, cominciamo ad analizzarne la prima parte: “chiunque PROPAGANDA le IMMAGINI o i CONTENUTI PROPRI del PARTITO fascista o del partito nazionalsocialista tedesco ovvero delle relative ideologie…”.
Cominciamo dai complementi oggetti e di specificazione: cosa significa “immagini del partito”? Che cos’è l’immagine del partito? La fotografia della sua sede? Le foto ricordo del suo congresso? La fotografia del suo fondatore o dei suoi dirigenti? C’è di che far viaggiare la propria fantasia. Una cosa è certa: non può riferirsi ai simboli, perché questi sono richiamati in seguito e, in tal caso, dovendo forzatamente presumersi che il legislatore abbia voluto dare un senso a ciò che ha scritto, bisogna che un altro significato a quell’ipotesi di condotta lo si dia. La verità è che ci troviamo di fronte ad una prosa involuta, che fa leva non su una catena sensata di concetti, ma sull’efficacia suggestiva delle parole, “propaganda”, “immagini”, “partito fascista e nazionalsocialista”, senza curarsi se il collegamento fra loro esprima dei concetti sufficientemente percepibili e chiari, cosa che nel diritto penale, dove vige il principio di necessaria determinatezza del precetto, è decisiva.
Sembra di assistere ad una nuova versione del film E.T. E.T. ….casa…telefono”, “Propaganda…immagini… partito fascista…”, con la differenza che il simpatico extraterrestre almeno si fece capire e riuscì a comunicare coi suoi lontani parenti.
Stando dunque all’interpretazione letterale che si riesce a estrarre da codeste parole sconnesse, una foto ricordo della gitarella fuori porta di un capomanipolo con moglie e pupi vestiti da giovani italiani e da balilla, o il ritratto del nonno vestito da maresciallo della milizia, potrà costituire una condotta punibile con la galera e meritevole di essere addirittura inserito nei delitti contro la personalità dello (parola grossa se riferita al nostro) Stato.
Passiamo al secondo complemento oggetto: i contenuti propri del partito. Cosa sono, di grazia? La prima cosa che viene in mente al comune mortale (dopo il vivido ricordo della prosa sgangherata di Peppone, pazientemente corretta, per pietà cristiana, da Don Camillo), è “le idee tipiche del partito, le sue concezioni politiche”; questa interpretazione è però da respingere perché alle “ideologie” (espressione che corrisponde ai concetti su richiamati) si fa riferimento subito dopo. Se sintassi e grammatica hanno un senso e l’italiano non è un’opinione, l’apprendista legislatore ha pure previsto un “contenuto del partito”; dunque, a seconda dei gusti, il partito può essere, a scelta, una lattina, una vasca da bagno, una bacinella, una bottiglia, un bidet, una tanica o, per i più raffinati, una scarpetta femminile tacco dodici dove versare un po’ di champagne.
Bene, anzi benissimo.
Passiamo all’ultima combinazione tra complemento oggetto e di specificazione: “le immagini… delle relative ideologie” (del partito fascista e di quello nazionalsocialista).
Come si fa a dare l’immagine, in senso stretto, di una nozione astratta? Pare che qualcuno sia riuscito persino a fotografare i fantasmi, ma un’idea, un sentimento, una passione, una virtù finora nessuno è mai riuscito a ritrarla. Forse che l’onorevole Fiano, guardandosi allo specchio, abbia colto l’immagine dell’intelligenza e abbia ritenuto che anche l’ideologia ne possieda una? Dubitiamo fortemente della premessa maggiore di questo traballante sillogismo, ma in ogni caso si tratterebbe di un simbolo e, per la contraddizione (interpretativa) che non lo consente, visto che la “simbologia” è già richiamata in seguito, non resta che relegare anche quest’ulteriore ipotesi di condotta vietata nello sgabuzzino dello stupidario semantico.
Passiamo all’inciso successivo: “…anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità …
Queste ulteriori modalità di condotta si riferiscono al “propagandare” le immagini e i contenuti eccetera eccetera.
Perché “anche solo attraverso” ? La congiunzione “anche” era più che sufficiente ad esprimere un valore concessivo, analogico, aggiuntivo alla nozione (si fa per dire, vista la sua fumosità, incomprensibilità, inutilità, idiozia) che si richiama.  “Anche attraverso” non esprimeva forse lo stesso concetto?
Certamente sì, ma poiché questi somari dubitano del significato di quello che scrivono, visto che non lo capiscono bene neanche loro (pretendendo però che i destinatari dei loro strafalcioni lo comprendano), allora aggiungono delle parole inutili con cui pensano di rafforzare il valore dei loro ragli.
Compare, inoltre, un’altra contraddizione d’ordine semantico, che vale la pena sottolineare. Qui entra in gioco il predicato verbale : “propagandare”. L’espressione richiama l’idea di uno scopo, di una finalità, come osserva il vocabolario Treccani che lo definisce: “diffondere a fine di propaganda”.
Se, dunque, la portata della prima parte della norma pare, alla luce di questo significato, attenuata dalla necessità di una finalità “propagandistica” (delle ideologie fascista o nazionalsocialista), con l’esclusione della punibilità di coloro che “diffondono” semplicemente “immagini e contenuti” senza scopi di propaganda, ossia di raccolta del consenso (salvo poi capire come questa indagine sull’elemento piscologico potrà mai compiersi), questa interpretazione liberale viene immediatamente smentita dall’inciso che abbiamo iniziato prima a esaminare.
Infatti, la “propaganda” può anche (solo) realizzarsi con la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni, o anche col semplice “richiamo” alla simbologia. Il che sta a significare che si considera propaganda qualsiasi forma di diffusione, anche a fine di lucro, di oggetti riferiti all’ideologia fascista o nazionalsocialista, o la semplice esposizione (“richiamo”) dei relativi simboli.
Il bello è che questi manipolatori della lingua e dei suoi comuni significati – la loro propensione al controllo del linguaggio viene da lontano – avrebbero potuto usare, fin dall’inizio il verbo “diffondere”, ma l’hanno introdotto, sostantivandolo, successivamente come formula di chiusura volta ad allargare lo spettro delle condotte vietate.
Si inizia introducendo il verbo “propagandare” – espressione orribile, quindi adatta alla loro prosa scadente (riflesso di una povertà di pensieri), ma capace di esprimere un’idea di pericolo, di epidemia, di agguato e che parrebbe limitare il quadro a condotte finalisticamente orientate – ma si finisce poi per tradirne il concetto.
La destrutturazione del linguaggio e dei suoi comuni significati si accompagna ad un’ipocrita quanto schizofrenica tecnica di redazione. “Il legislatore è un cane!”, esclamava il mio compianto professore di procedura penale, uomo di sinistra ed eccellente, onesto, studioso di diritto, riferendosi alle norme emanate negli anni Ottanta e Novanta in occasione delle cosiddette legislazioni di emergenza. Quale animale potrebbe oggi rappresentare il livello di competenza tecnico-giuridica dei nostri legislattori comici?
Non sono però soltanto dei somari della lingua e del diritto. Sono pure dei guappi.  Sbattono i pugni sul tavolo, ringhiano e si fanno beffe, forti della propria arroganza – loro, i democratici, i difensori della costituzione – delle interpretazioni che la Corte costituzionale ha, da decenni, fornito alle norme sulla legge Scelba, precisando che qualsiasi atto di propaganda, apologia, gestualità, richiamo, esaltazione può trovare punizione solo se concretamente idoneo a ricostituire il disciolto partito fascista.
Soltanto in questo modo, ebbero a precisare i giudici costituzionali, seguiti poi dalla giurisprudenza di legittimità, quelle norme possono sopravvivere al confronto con le – gerarchicamente superiori – disposizioni della costituzione, che prevedono la più ampia libertà di pensiero e di manifestazione delle idee.
Questi somari prepotenti pretendono invece, introducendo nuove disposizioni di legge in contrasto con quell’autorevole interpretazione, visto che le hanno partorite loro, di passarla liscia, come se i principi di diritto emessi dalla Corte costituzionale in relazione alla legge Scelba – di cui la proposta di legge Fiano è una banale scopiazzatura – non possiedano un valore assoluto e non li riguardino. Infatti, sono dei guappi proprio per questo; fanno la voce grossa e credono che nei quartierini che bazzicano siano loro a comandare. L’antifascismo è “cosa loro”. Somari della lingua. E guappi del diritto.

di Gianni Correggiari
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https://www.riscossacristiana.it - 14 SETT 2017

16/09/17

In Europa oltre 50mila jihadisti pronti a colpire



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Due attacchi terroristici in Gran Bretagna e Francia rinnovano la  minaccia del terrorismo islamico in Europa.

Nella metropolitana della capitale britannica una vampata sprigionatasi “come una palla di fuoco” da un ordigno rudimentale collocato in un vagone ha provocato 29 feriti, nessuno grave grazie all’innesco anticipato del timer.  La premier Theresa May ha annunciato l’innalzamento dell’allerta nazionale da ‘severo’ a ‘critico’, il livello più alto, che presuppone nuove minacce “imminenti”, nonché l’avvio dell’operazione Tempora con l’affiancamento dei militari alla polizia nel pattugliamento di obiettivi sensibili, come già avviene in Italia o Francia.
Presa di mira dal terrorista (l’Isis ha rivendicato l’attentato), ancora ricercato, la linea verde della metropolitana (District Line), all’ altezza della stazione di Parsons Green. Site, l’organizzazione statunitense che monitora i messaggi in rete dei jihadisti, ha detto che la rivendicazione dell’Isis accredita la responsabilità a un “distaccamento”, invece che a “un soldato” singolo.
In Francia invece, sempre ieri mattina, due donne sono state ferite a colpi di martello per le strade di Chalon sur Saone da un uomo “vestito di nero” che “avrebbe urlato Allah Akbar”.
In Europa si cerca intanto di dare un ordine di grandezza alla minaccia terroristica islamica.  Circa 2.500 foreign fighters islamici provenienti dall’Europa stanno combattendo per l’Isis in Siria e in Iraq, ha detto il coordinatore dell’antiterrorismo di Bruxelles, Gilles de Kerchove, in un’intervista al giornale tedesco Die Welt.  “Molti moriranno in combattimento o saranno uccisi dallo Stato islamico, poichè l’organizzazione non tollera i disertori.

imagesCAXRB4Z8Altri si trasferiranno nelle aree di crisi di Somalia, Libia o Yemen”. Kerchove ha precisato che circa 5.000 europei sono andati a combattere per lo Stato islamico (altri su sino arruolati con milizie qaediste o salafite), tuttavia 1.500 sono tornati e quasi 1.000 sono morti.
Lo stesso de Kerchove teorizzò l’anno scorso al Parlamento europeo l’impossibilità di incarcerare tutti i miliziani e terroristi che rientrano in Europa affermando la necessità di “recuperarli alla società”, come cercano in modo quasi comico di fare alcuni Stati come Svezia e Danimarca che hanno pagato sussidi di disoccupazione e invalidità anche ai foreign fighters recatisi in Siria e Iraq o che finanziano loro gli studi universitari una volta rientrati in Europa.
Pochi giorni fa il coordinatore della Ue aveva stimato in oltre 50 mila i jihadisti pronti a colpire in Europa, quasi la metà in Gran Bretagna (dove solo 500 dei 3mila considerati molto pericolosi sono sotto costante sorveglianza da parte dei servizi di sicurezza interna MI5), 5mila in Spagna, 17 mila in Francia, 2.500 in Belgio.
La perdita di terreno in Iraq e Siria pone “un reale rischio” di vedere rafforzati da parte dell’Isis i finanziamenti per nuovi attacchi in Europa ha detto il 7 settembre il commissario alla Sicurezza Ue, Julian King, davanti alla commissione per le libertà civili dell’Europarlamento.
Nel momento in cui stiamo vincendo sul terreno contro l’Isis, in Iraq e Siria, stanno trasferendo fondi fuori da Iraq e Siria”, ha detto King. “C’è un reale rischio di nuovo afflusso di fondi destinati al terrorismo. Dobbiamo esserne coscienti e dobbiamo lavorare assieme per vedere il da farsi.
Un rapporto Onu nel mese di agosto ha spiegato come l’Isis stia continuando a inviare ‘rimesse’ all’estero – spesso si tratta di piccole somme, difficili da intercettare – nell’ottica di alimentare le campagne terroristiche fuori dai Paesi dove hanno perso il controllo territoriale.

imagesCAF1T04HUna dinamica confermata, ha fatto notare il commissario King, “dal ritmo accelerato degli attacchi in Europa”. Le fonti di finanziamento dell’organizzazione jihadista restano in buona parte i profitti dalla vendita di petrolio e le tasse imposte alla popolazione nelle aree sotto il suo controllo. Questo, malgrado il ridimensionamento territoriale del ‘Califfato” sia nell’ordine del 90% rispetto al periodo di massima espansione.
King però sembra dimenticare che le cellule terroristiche non hanno bisogno di molti denaro per organizzare attentati (quello di Barcellona è costato meno di 2mila euro) e l’Europa continua a sborsare generosi sussidi del proprio welfare.
Come ha ricordato Lorenza Formicola sul sito Formiche.net l’imam libico Abu Ramadan, aderente alla Fratellanza Musulmana, predica dal 18998 lo sterminio di tutti gli infedeli ma ha ricevuto in 20 anni più di 620.000 franchi (oltre mezzo milione di euro) dal welfare svizzero per lo più in sussidi di disoccupazione.
Alcuni membri del commando jihadista che attaccò Parigi avevano ricevuto oltre 50 mila euro di sussidi dal welfare belga così come Khuram Butt e altri terroristi jihadisti britannici, incluso Salman Abedi, il kamikaze di Manchester che ricevette migliaia di sterline solo per essersi iscritto all’Università.
Sami Abu-Yusu, imam Salafita della moschea al-Tawheed di Colonia, sostiene la legittimità degli stupri delle donne infedeli e il rogo per i gay ma vive col sussidio di disoccupazione gentilmente offerto dallo Stato tedesco.
Julian King nel suo rapporto non ha dimenticato la lotta virtuale ai jihadisti del web. Negli ultimi due anni Europol ha individuato “35mila elementi di contenuto terroristico online”. Una quota compresa fra l’80 e il 90% di questi è stata eliminata: si tratta di circa 30mila contenuti.

Foto: Reuters, AP e IS
16 settembre 2017 di in Analisi Sicurezza 

fonte: http://www.analisidifesa.it

15/09/17

L’amaro calice di Fiano


L’amaro calice di Fiano

A differenza di quanto successo in Germania, in Italia non c’è mai stata una vera pacificazione nazionale che potesse consegnare alla storia un pezzo della vicenda patria - quello mussoliniano - tanto ricco di luci quanto solcato da pesanti ombre. Dalla fine della Seconda guerra mondiale è stato un continuo di atti di violenza: si è partiti da quelli ben descritti da Giampaolo Pansa nell’ormai famoso libro “Il sangue dei vinti”, passando per l’abbattimento di ogni richiamo alla simbologia fascista sui palazzi, giungendo fino al negazionismo delle foibe, per poi proseguire con la sistematica opera di emarginazione politica e sociale di chi si rifaceva al Movimento Sociale Italiano.
Se non fosse stato per Giorgio Almirante, questa Repubblica fondata sulla libertà per quasi tutti avrebbe consegnato una intera comunità all’emarginazione se non proprio all’extra parlamentarismo. Fingiamo forse di non vedere, ma i piccoli atti di violenza quotidiani non sono stati certo meno fastidiosi della sopra descritta ghettizzazione di Stato: quanti nell’arte, nella cultura, nello spettacolo ma anche semplicemente sul posto di lavoro sono stati discriminati perché reputati fascisti? Quanti nella vita di tutti i giorni sono stati simbolicamente marchiati e poi guardati dall’alto in basso per un semplice atto di delazione magari di un collega che, non sapendo proprio come parlare male di te, tirava fuori (a volte anche a sproposito) le tue simpatie per la Buonanima?
Il metodo, tutt’oggi in voga e quanto mai efficace, sarà sublimato dalla cosiddetta Legge Fiano, provvedimento fascistissimo che mira a vietare con la galera non solo la detenzione di mezzibusti col mascellone ma anche ogni gestualità che richiami la simbologia fascista (chi non crede ai propri occhi può tranquillamente leggere il testo della norma in questione). In pratica una cancellazione ope legis di ogni simbolo o simpatia verso un ventennio della storia italiana che dopo circa settant’anni di violenze psicologiche nessuno è ancora riuscito ad estirpare del tutto. Una sorta di rieducazione di Stato, insomma, l’antico sogno della sinistra che da un lato tenta di plagiare le coscienze instaurando il pensiero unico e dall’altro non riesce a spiegarsi come mai i cannoni alleati e la storiografia di regime non abbiano annientato certe simpatie tanto diffuse quanto dure a morire. Con questo non ci faremo tirare dentro al classico discorso tutto italico tra fascisti e antifascisti perché sono passati settant’anni abbondanti ed è giunto il momento di piantarla con questa inutile baldoria permanente su un tema anacronistico oltre che tanto amato da chi perde tempo ad accapigliarsi sul nulla. Ciò che conta è il perché – oltre alla pochezza dell’odiatore professionista Fiano – qualcuno avverta l’urgenza di un simile provvedimento.
Noi crediamo si tratti di un fatto prettamente elettorale, di una manovra propagandistica messa in campo per arginare l’emorragia in atto alla sinistra del Pd e fare presa sul fluido mondo dei cosiddetti Movimenti che continuano a scivolare verso Pisapia e che coltivano l’antifascismo militante in assenza di fascismo. Una operazione spietata e moralmente inaccettabile quella di Emanuele Fiano, perché si pone l’obiettivo di creare il consenso attraverso la paura e l’introduzione di regole molto vaghe (e per questo interpretabili) in tema di reati di opinione: nascerà così una innovazione e cioè il reato “estetico” in base al quale se ti atteggi da “ventennino”, se sembri fascista o se scrivi cose interpretabili come fasciste, rischi la galera.
Per ora l’unico effetto è stato quello di accrescere le simpatie verso i vessati. Giungano pertanto i nostri più fervidi complimenti al primo firmatario della proposta, uomo col torcicollo che di fronte a una serie di pericoli, quelli sì pronti a minacciare la sicurezza nazionale, pensa bene di creare la terza legge contro il fascismo (dopo la Legge Scelba e la Legge Mancino) mostrandosi di per contro molto morbido e boldrinianamente comprensivo su altri temi di stretta attualità.
Nel centenario della nascita del comunismo, il più crudele dei totalitarismi, c’è qualcuno in Italia che pensa sia il caso di combattere contro i calendari del Duce e i bagnini esuberanti. Se questa è la nostra classe politica, l’Italia non ha alternative al declino.